sabato 26 maggio 2012

Il popol Vuh: "La bibbia maya"


La complessa mitologia maya la troviamo raccolta nel testo sacro del Popol Vuh. Il mito, afferma lo studioso A. Brelich1, ha la funzione di “fondare” la realtà; non di spiegarla quindi, ma di fondarla in maniera da farla esistere sulla base di precisi sistemi di valore. Una caratteristica di rilievo del mito è rappresentata dal suo tempo, il quale è radicalmente diverso da quello attuale, e in cui operano personaggi del tutto specifici. In questo tempo “altro” si colloca il processo che culmina nella creazione dell’attuale assetto del reale. Il mito si traduce in un discorso che, partendo da una situazione di caos, narra il processo che ha portato la costituzione e la conformazione del cosmo. Il mito rappresenta un momento della storia primordiale dell’umanità, nel quale i confini fra il naturale e il soprannaturale erano meno netti, gli uomini erano più grandi e più certi nel loro modo di operare, nel bene e nel male. Nel mito, gli dèi apparivano più vicini agli uomini, e gli uomini dialogavano con gli dèi: questi ultimi si facevano presenti e intervenivano di persona nelle loro vicende, per consigliarli e aiutarli, oppure per portarli alla rovina.
In realtà, asserire che il mito è storia primordiale è fuorviante, perché nel mito non esiste certezza, né di fatti né di cronologia. Non si mette in dubbio la verità degli eventi che il mito tramanda, ma non si certamente, di essi, non si può neppure fissare l’epoca o il preciso svolgimento dei fatti. Sicchè, molte vicende possono assumere contorni diversi, e addirittura contradditori, a seconda delle regioni e dei racconti. Inoltre i fatti, ma anche le personalità dei protagonisti, possono mutare o presentarsi in modo differente a seconda delle epoche.
Tuttavia, la possibilità di prestarsi a una rielaborazione e a dei cambiamenti, anche notevoli, non sminuisce la portata euristica del mito. Da esso non si può prescindere, e, anzi, tutto gli va riferito. Il mito definisce l’identità di una città o di una regione, permette di definire le origini dei riti o di tante attività umane. Il mito è un brano di storia sacra che non viene messo in discussione; inoltre esso copre tutte le possibili vicende dell’agire umano e della vita.
Ogni passione positiva o negativa, ogni motivo che può spingere l’uomo ad agire in un certo modo o a interrogarsi sul significato del suo operare, è già presente nel mito: i personaggi che ne sono protagonisti rappresentano tutti i tipi possibili di umanità. Il mito dunque viene a costituire una verità indiscutibile, anche se si presenta in forme continuamente cangianti.

Scrive Tennis Tedloch:

“Noi tendiamo a considerare il mito e la storia come opposti, ma gli autori delle iscrizioni di Palenque e dei testi alfabetici del Popol Vuh trattavano le parti mitiche e storiche della loro narrativa come parti di un unico insieme equilibrato […] Invece di essere in opposizione logica, i regni delle azioni umane e divine sono collegate da una mutua attrazione. Se noi avessimo una parola per esprimere pienamente il senso maya del tempo narrativo, questa parola dovrebbe abbracciare la dualità del divino e dell’umano […] In verità esiste una parola di origine greca che si avvicina a questo significato: mythistoria. Per gli antiche greci, che creavano una spaccatura tra il divino e l’umano, questo termine aveva una connotazione negativa, essendo riferito a narrazioni che avrebbero dovuto essere propriamente storiche ma che contenevano elementi mitici. Per i Maya invece la presenza di una dimensione divina nella narrazione delle vicende umane non è una imperfezione ma una necessità, ed è controbilanciata da una necessaria presenza umana nei racconti delle vicende divine”.2

Ossessionati dal mistero della propria origine, i Maya, scrive Mercedes De La Garza, per rispondere

“ad interrogativi riguardanti l’origine del mondo o i rapporti tra gli esseri umani e gli dei e tra gli esseri umani e la natura, diedero vita ad una copiosa tradizione orale che, da un narratore all’ altro, e da un ascoltatore all’altro, passò di generazione in generazione, sotto forma di canti, rituali e miti. Vi è traccia di questa usanza in tutte le regioni mesoamericane. A volte la troviamo cristallizzata nel tempo, incisa su stele o monumenti per mezzo di effigi o geroglifici”.3

I contenuti di tale tradizione sono ancora rintracciabili nei racconti degli odierni discendenti degli antichi maya, ma si possono anche rintracciare, sotto varie forme, nelle decorazioni architettoniche oppure vergati su fogli ottenuti da fibre vegetali o dalla pelle essiccata di cervi.
Con la crisi della civiltà maya e l’avvento dei Toltechi e dei Messicani – popoli che si presentano connotati da una minore spiritualità e più legati alle pratiche guerresche –, il declino della religione, esplicitamente attaccata dai nuovi costumi intellettuali del tempo, porta con sé un’irrimediabile decadenza del mito, che è parte integrante della storia religiosa. Ma nonostante questo venire meno del suo significato più autentico, il fascino del mito permane e si prolunga anche oltre i confini cronologici dell’invasione messicana prima, spagnola poi. Benché in parte obliati per l’arrivo di queste genti, i personaggi e le vicende del mito continuarono a essere sentiti nell’intimo dei Maya come parte integrante della loro storia e identità, cercando non solo di non dimenticarli, ma anche di proteggerli dai costumi e dalla religione cristiana. E se in gran parte i mesoamericani hanno perso molto del loro mondo spirituale, sostituito dal Cristianesimo, è pur vero innegabile che molti sciamani a tutt’oggi operano per il mantenimento del culto antico, e praticano ancora le magie ataviche.
Le due tradizioni, maya e cristiana, si sono pertanto amalgamate, originando un particolare sincretismo.

Il Popol Vuh: la prima parte

Gli autori del Popol Vuh iniziano il racconto situandolo in un mondo in cui non vi è nulla, se non un cielo vuoto sopra e un mare calmo sotto. L’azione prende il via quando alle divinità che risiedono nel mare primordiale, chiamate Creatore, Modellatore, Portatore, Genitore, Cuore del lago, Cuore del mare, Sovrano Serpente Piumato, si uniscono le divinità che discendono dal cielo primordiale, dette Cuore del cielo, Cuore della terra, Fulmine neonato, Fulmine Improvviso e Uragano.4 Questi due gruppi di divinità avviano un dialogo, per via del quale si ha l’emersione della terra dall’acqua e la nascita di piante, animali e uomini. Cuore del Cielo e Cuore del Mare prendono il nome, rispettivamente, di Tepeu e Gucumatz5. In verità, Tepeu Gugumatz risponde ad un principio androgino, personificazione di ciò che non è stato ancora separato. Marcella Masconi, curatrice della collana Atlante di Mitologia, afferma che Tepeu Gucumatz è “il Serpente Piumato, il dio creatore che riunisce in sé il principio femminile e maschile, chiamato anche Kukulkan”.6
Di particolare suggestione è il fatto che gli dei creano, come il Dio giudaico, tramite la parola. Leggiamo infatti nel Popol Vuh:

[…] E poi la terra sorse a causa loro, fu semplicemente la loro parola che la fece emergere. Per formare la terra essi dissero “terra”. Ed essa sorse improvvisamente, proprio come una nuvola, come una nebbia, che ora prendeva forma e distendeva [...].7

Prima della creazione della terra però, gli autori della cosiddetta bibbia maya sottolineano che c’era nulla cosmico:

“Non c’è ancora una persona, un animale, un uccello, un pesce, un granchio, un albero, una pietra, una caverna, un canyon, un prato, una foresta. Soltanto il cielo, da solo, è lì; la faccia della terra non è limpida. Soltanto il mare da solo è riunito sotto il cielo; non c’è niente, assolutamente niente che sia incorporato. Tutto è in quiete, non vi è una sola cosa che si muova. Tutto è immobile, fermo sotto il cielo. Qualunque cosa possa esistere semplicemente non c’è: solo la massa d’acqua, solo il mare calmo, soltanto questo è incorporato.”8

Dopo avere creato la terra, ebbero vita i vegetali e gli animali,9 e le divinità chiesero alle fiere di essere pregati ed adorati:

“Invocate ora i nostri nomi, lodateci. Noi siamo vostra madre, noi siamo vostro padre […] Parlate, invocateci, celebrate i nostri giorni. [Ma] non fu possibile che parlassero come persone: guaivano soltanto, schiamazzavano soltanto, urlavano soltanto”.10

Gli dei si rendono conto quindi del fallimento di questa prima creazione. Gli animali non sono in grado di adorare e rendere omaggio, né di sacrificarsi per loro. Non conoscevano il valore del sangue, che, bruciato, costituiva la linfa vitale per le divinità creatrici e per il mantenimento dell’ordine del cosmo. E così crearono l’uomo, ma anche qui vennero fatti più tentativi, infatti scrive Mercedes De La Garza, che “il Popol Vuh narra gli sforzi fatti dalle divinità per dare forma a un cosmo armonioso”.11 Fallito il primo tentativo, così De La Garza racconta i successivi:

“al secondo tentativo vollero creare esseri obbedienti, rispettosi, che ci alimentino e ci sostengano12. Fecero allora delle creature di fango, ma queste erano flaccide, si disfacevano a contatto con l’acqua ed erano prive di intelligenza. Nel constatare ciò gli dei li distrussero. Costernati da questi fallimenti consultarono Xpiyacoc e Xmucane13, il nonno e la nonna saggi, esperti nel calcolo del tempo e capaci di vedere attraverso le diverse ere. Gli indovini consigliarono di creare un uomo e una donna in legno; questi si moltiplicarono e la loro progenie si sparse per le quattro direzioni della terra. Sfortunatamente, essi erano alquanto carenti per quel che riguarda l’intelletto, non riconoscevano i propri creatori e ignoravano quale fosse il loro compito nel mondo”.

Questi burattini, privi di anima, non pregavano le divinità, non sacrificavano nulla per loro, non sostenevano e non nutrivano i loro creatori. Vennero perciò sterminati con un grande diluvio. Solo pochi di loro sopravvissero: i loro discendenti sono le scimmie, che ancora oggi vivono nella giungla: animali simili all’uomo, che appaiono, appunto, privi di anima e intelletto.

Il Popol Vuh: la seconda parte

A questo punto, gli dei tentarono un’altra creazione prima di approdare a quella definitiva, ma gli autori del Popol Vuh rinviano il racconto di questo episodio, rivolgendo l’attenzione alle storie riguardanti due generazioni di divinità eroiche, le cui vittorie rendono il cielo-terra un luogo più sicuro per gli uomini che lo abiteranno. Si tratta di Uno Hunahpu e Sette Hunahpu, prima generazione di gemelli a cui seguiranno Hunahpu e Xbalanque, generati congiuntamente da Uno e Sette Hunaphu. Entrambe le generazioni praticano il gioco, diffuso in tutta la mesoamerica, della pelota. Gioco dal senso metaforico, in quanto, scrive Pietro Bandini, esso

“simboleggia in generale la ribellione contro il caos: la palla che volava nell’aria tracciando un semicerchio rappresentava per gli stessi Maya, soprattutto, il sole, la stella ‘maschile’”.14

Nella narrazione dapprima vengono presentati tre personaggi alquanto spavaldi, che, con la loro superbia, creano disordine nella regione celeste. Si tratta di Sette Macao e dei suoi due figli Zipacna e Terremoto. Il sole non era ancora nato, la stella di Venere infatti non l’aveva ancora generato, eppure Sette Macao vantava di essere stato lui il sole per gli uomini di legno:

“io sono grande. Il mio posto è ora più alto di quello del lavoro umano. Io sono il loro sole e io sono la loro luce, e sono anche i loro mesi. Così sia: la mia luce è grande. Io sono la strada e l’appoggio per la gente, perché i miei occhi sono di metallo. I miei denti scintillano di gioielli e di turchese; risaltano con le loro pietre azzurre come la faccia del cielo. E questo mio naso bianco splende in lontananza come la luna. Poiché il mio nido è di metallo, illumina la faccia della terra. Quando io emergo dal mio nido io sono come il sole e la luna per quelli che sono nati nella luce deve essere così perché il mio volto arriva lontano”.15

Sette Macao si vantava di essere il sole e la luna, e, grazie ai suoi ornamenti, si credeva potente e uguale agli dei. La sua sconfitta e quella dei due suoi figli ad opera della seconda generazione di gemelli si collega con la morte degli uomini di legno, poiché, come questi sono falsi uomini così essi altro non sono che false divinità.
Il Popol Vuh, quindi interrompe la narrazione sulla nascita dell’ uomo per focalizzare l’attenzione su altre vicende e altri personaggi. Sembra quasi che, scrive Enrique Nalda, si sospenda il racconto dell’avvento

“della quarta e decisiva creazione, quella del mondo attuale, rappresentante il punto focale della storia. Tuttavia , le recenti scoperte epigrafiche e gli studi relativi all’ astronomia, ai miti e ai simboli religiosi maya, dimostrano che questi episodi sono strettamente relazionati con la creazione del cosmo e l’ apparizione del sole, degli esseri umani e degli alimenti essenziali”.16

Le gesta narrate nella seconda e terza parte del Popol Vuh ineriscono la fondazione di importanti realtà astronomiche, le costellazioni più importanti e i movimenti dei cieli. I protagonisti di esse sono divinità della matematica e del calendario.
I due gemelli uccidono Sette Macao per la sua superbia di fronte a Cuore del cielo, e lo colpiscono mentre sta consumando il suo pasto, su un albero da frutta, rompendogli la mascella e buttandolo a terra. Hunaphu cerca allora di ucciderlo, ma questi, più forte, gli strappa un braccio e si rifugia a casa, ove racconta l’episodio alla moglie Chimalmat.17 I due gemelli escogitano uno stratagemma aiutati da Grande Pecari Bianco e Grandi Coati bianco18. Fingendosi loro figli, riescono a farsi credere da Sette Macao degli estrattori di denti, cosa che permise di potergli togliere i denti feriti, che lo facevano impazzire dal dolore.

“E quando i denti di Sette Macao vennero estratti, fu solo mais bianco a sostituirli: solo un bianco strato splendente di mais nella sua bocca. Tutto a un tratto il suo volto si imbruttì: non sembrava più un signore. I suoi denti vennero estratti fino all’ultimo, i gioielli che spiccavano azzurri nella sua bocca. E nel curare gli occhi di Sette Macao i due praticarono degli strappi intorno agli occhi, i suoi ornamenti metallici furono tirati via fino all’ultimo. Ancora non sentiva dolore, stava solo a guardare le sue ultime ricchezze che lo lasciavano[…] E quando Sette Macao morì, Hunaphu riebbe il suo braccio. E Chimalmat, la moglie di Sette Macao, morì anch’essa”. 19

Il mito spiega sia l’origine dei macao scarlatti, discendenti di Sette Macao, con le mascelle rotte, senza denti e con le guance bianche che divengono rosse quando sono eccitati; sia la nascita delle sette stelle dell’Orsa Maggiore, mentre sua moglie corrisponde alle stelle dell’Orsa minore. Infatti, i due coniugi, morti per l’inganno perpetratogli, si trasformano nelle due costellazioni.
Hunahpu e Xbalanque sfidano poi Zipacna, il più anziano dei due figli di Sette Macao, un mostro dall’aspetto di coccodrillo che afferma di essere il creatore delle montagne. Ma prima viene presentato un episodio in cui Zipacna incontra le divinità delle bevande alcoliche, ossia i Quattrocento Ragazzi. Preoccupati della grande forza di Zipacna, i giovani lo convincono a scavare una grande buca, nella quale hanno intenzione di schiacciarlo facendo cadere un grande tronco sopra di lui. Zipacna sopravvive, ma rimane nella buca fino a quando i Ragazzi si trovano addormentati nel mezzo di una bevuta per celebrare la loro vittoria: dopodichè, fa cadere su di essi la loro casa. A livello celeste, i Quattrocento Ragazzi divengono le stelle chiamate Motz, e cioè le Pleiadi, e la loro caduta corrisponde alla posizione di queste stelle all’ inizio della sera. A livello terrestre, le pleiadi simboleggiano una manciata di semi, e la loro scomparsa a ovest segnala il tempo adatto alla semina delle coltivazioni.20
Zipacna viene sconfitto quando Hunahpu e Xbalanque decidono di vendicare i Quattrocento Ragazzi. Poiché Zipacna era rimasto per diversi giorni senza cibo, i due gemelli predispongono una trappola costruendo un congegno somigliante ad un granchio vivo che si muove. Dopo avere posto il granchio in uno spazio ristretto, entro uno strapiombo ai piedi di una maestosa montagna, mostrano a Zipacna la via migliore per raggiungerlo. Zipacna segue il granchio con grande bramosia, ma la montagna intera gli cade di sopra, assumendo in tal modo un ruolo passivo.
Anche il fratello minore di Zipacna viene ucciso con uno stratagemma. Terremoto, che si autodefinisce un distruttore di montagne viene invitato dai due fratelli a mangiare un uccello, su cui era stato operato un incantesimo. Proprio come l’animale fu cucinato dentro uno strato di terra, così Terremoto finirà coperto dalla terra, assumendo anche lui un ruolo passivo.21 I due gemelli lo seppelliranno a est, in posizione opposta rispetto al fratello più anziano, che, a causa dell’ uccisione dei Quattrocento Ragazzi viene associato all’ovest. I tre episodi narrati fondano una realtà astronomica ben precisa: Sette Macao, in quanto Orsa Maggiore è a Nord, vicino all’asse del movimento notturno, mentre i figli muovono la terra da ovest a est. Quindi sebbene il padre e i figli muoiono e perdono il loro potere, mantengono un ruolo cosmico ben preciso, che permette il corretto funzionamento del calendario.
Scongiurato il pericolo costituito dal falso sole e dalla falsa luna, che minacciava di turbare l’armonia della regione celeste, la narrazione si interrompe nuovamente, tornando indietro nel tempo per parlare dei genitori dei gemelli. Da sottolineare è il fatto che i tre pseudo-dei vengono uccisi per la loro superbia, per il fatto che non accettavano le divinità creatrici, e anzi, vantando i propri poteri, non rendevano omaggio a Cuore del Cielo e Cuore della Terra. Siffatto comportamento poteva rivelarsi dannoso per la creazione, giacché le divinità non nutrite potevano indebolirsi e pertanto non riuscire ad ottemperare al loro compito: mantenere l’armonia di qella creazione cui essi avevano dato origine. L’ uomo maya ha, quindi, reso questo concetto sotto forma di mito, come motivo del fatto che ogni uomo deve essere grato alle divinità del creato. Il culto ai signori creatori non può pertanto essere eluso, poiché essi sacrificano se stessi per il mantenimento del Cielo-Terra, e, dunque, l’uomo ha il dovere di rendere, almeno in parte, quello che gli è stato donato: la vita degli uomini per la vita degli dei a beneficio di tutta la comunità. Questa regola perchè il mondo continui ad esistere, non può essere trascurata. I Quattrocento Ragazzi, signori dell’alcol, muoiono perché storditi dal troppo bere; in questo fatto vediamo la condanna all’ubriacatezza e alle bevande alcoliche, che i Maya bevevano solo allo scopo di comunicare con le divinità, durante i riti sciamanici o per stordire la vittima sacrificale, in maniera che quest’ultima conservasse un comportamento degno di fronte agli dei al momento della sua uccisione. I Maya ritenevano, infatti, che un comportamento non decoroso da parte della vittima prescelta potesse infastidire gli dei a tal punto da non realizzare i desideri degli umani. La condanna dell’alcol è in forte contrasto con i nuovi usi dei Maya, i quali oggi sono grandi bevitori. L’usanza del bere fino all’ebbrezza estrema fu da loro assunta in seguito alla conquista spagnola.


Il Popol Vuh: la terza parte

La terza parte del Popol Vuh tratta del padre e dello zio della coppia divina: i due gemelli Uno Hunaphu e Sette Hunaphu, i primi ad aiutare gli dei creatori nel dare origine alla prima età del mondo. Prima di generare i due divini gemelli, Uno Hunaphu ebbe altri due figli con la moglie Donna Egretta, e cioè Uno scimmia e Uno Artigiano. Questi, narra il libro sacro maya,

“divennero flautisti, cantori e scriba; incisori, lavoratori di giada e lavoratori di metallo”.22

I genitori di Uno Hunaphu e Sette Hunaphu sono Xpiyacoc e Xmucanè. Scrive il popol vuh:

“nell’ oscurità, nella notte, Uno Hunapuh e Sette Hunaphu furono generati da Xpiyacoc e Xmucane.23

Uno e Sette Hunahpu, racconta la bibbia maya, non facevano altro che

“tirare a dadi e giocare a palla, ogni giorno. […].Poiché giocavano sulla strada di Xibalba, essi furono uditi da Uno Morte e Sette Morte, i signori di Xibalba”.24

Quest’ultimi sono i massimi signori degli inferi, che governano su tutte le altre divinità dell’ infraregno. Scrive a questo proposito il Popol Vuh:

“[le grandi divinità dell’Infraregno] sono dei grandi legislatori. E questi sono i signori sopra ogni cosa, ciascun signore con un incarico e un dominio assegnati da Uno e Sette morte. Ci sono i signori detti Strappatore di Croste e Raccoglitori di Sangue. E questo è il loro incarico: estrarre sangue dalla gente. I successivi sono i Signori Demone del Pus e Demone dell’ itterizia. E questo è il loro potere: far gonfiare la gente, far uscire il pus dalle gambe, far diventare gialle le loro facce, causare l’ itterizia, come è chiamata. Questo è il potere di Demone del Pus e Demone dell’ Itterizia. I successivi sono i signori Scettro d’Osso e Scettro di Teschio, portatori del bastone di Xibalba; i loro bastoni sono semplicemente ossa. E questo è il significato del loro portare il bastone: ridurre la gente a ossa, proprio a ossa e teschi, finchè muoiono di consunzione e di edema[…] I successivi sono i signori chiamati Demone della Sporcizia e Demone della Disgrazia. Questo è il loro incarico: spaventare improvvisamente la gente quando ha immondizia o sporcizia all’ entrata di casa, sul patio della casa. Allora vengono colpiti, punti fino a che strisciano sul pavimento e poi muoiono[…]”.25

Scrive Peter Schmidt:

“la discesa dei gemelli nelle profondità del mondo sotterraneo [descritta nel Popol Vuh] dà l’opportunità di descrivere questa regione ancora ignota, che si presenta come un luogo acquitrinoso, dove predominano oscurità e freddo”.26

Il gioco di Uno e Sette Hunapuh disturba i signori di Xibalba, che non gradiscono sentire rumore nel loro dominio sotterraneo. Uno e Sette Morte decidono, allora, di sfidare i due gemelli al gioco della pelota nel campo di Xibalba, situato nella parte occidentale del mondo degli inferi. I due signori del mondo sotterraneo mandano come messaggeri dei mostruosi gufi. I due fratelli lasciano Uno Scimmia e Uno Artigiano a prendersi cura di Xmucane, e, seguono i gufi fino al confine orientale.
Le vicende che verrano ora narrate acquisiscono grande rilievo, poiché i figli di Xmucane personificano, afferma Pietro Bandini,27 i primi inizi dell’ordine maschile della matematica e del calendario, che scalzerà il potere femminile delle divinità originarie e naturali. Xmucane è la vecchia divinità della luna, la stella di Venere, dal cui seno nasce il sole; il marito di lei è da identificare con il sole. La lotta che si viene ad istaurare è la lotta tra le vecchie divinità e le nuove divinità, tra un ordine matriarcale e un nuovo sistema patriarcale, e, sebbene non venga detto espressamente, la vecchia dea Xmucane è, come sottolinea Pietro Bandini,


“alleata con gli dei degli inferi: come in tutti i miti di questa prima fase, nascita e morte-dei della fertilità e dei della morte-sono uniti nel segno del ciclo arcaico del divenire e del morire”.28

La lotta dei figli contro i signori di Xibalba si indirizza anche (sebbene segretamente) contro la progenitrice Xmucane. In termini più chiari, è la lotta tra il vecchio sistema e il nuovo, tra l’ordine matriarcale e quello patriarcale. È da precisare che la separazione dei due fratelli dalla madre rappresenta, a nostro parere, la ribellione al sistema arcaico e l’instaurazione di un principio maschile; propriamente, vi è come l’emergere della coscienza dell’io e della individuazione. A sostegno di questa nostra tesi vi è il fatto che i due signori della morte sfidano i due giovani al gioco della palla. La sacralità di tale gioco è del tutto assodata, tanto che tutti i popoli mesoamericani la praticavano; esso perse di importanza solo dopo la conquista messicana, con la quale, per un processo di secolarizzazione, divenne motivo di mero divertimento e di scommessa su quale eventuale squadra avesse vinto durante la gara. A quanto pare si scommetteva anche forte. Il gioco della pelota simboleggia, dunque, in tutta la parte centrale dell’ America la ribellione contro l’ ordine arcaico.
Il ciclo di miti costituisce una sorta di discorso preparatorio all’ultima creazione: quella dell’ uomo di mais. Xmucane personifica il sistema arcaico, ossia lo stato di ciò che ancora non è razionale e separato. A chiarimento di questo, Pietro Bandini scrive che la dea Xmucane realizza la prima fase dell’ infanzia, in cui il singolo uomo, così come l’umanità nel suo complesso, si percepisce come una cosa sola con il principio materno.29 Il sistema arcaico andava combattuto affinché l’umanità preponesse prendere coscienza di sé. Uno e Sette Hunapuh come vedremo, non riusciranno ancora nell’impresa. La lotta è quindi tra il principio generante (femminile) e il principio organizzativo (maschile). Quest’ultimo usa le proprie energie per strutturare razionalmente il cosmo, organizzando il tempo e i cicli del calendario. L’ordine maschile fonda un organismo ben preciso di astri, i quali vengono organizzati in modo da avere delle traiettorie che assicurino il perpetuo agire dei cicli ritmici. Questo sistema razionale assicura fertilità e ri-generazione della terra con l’alternarsi delle quattro stagioni. Il calendario, ferrea registrazione dell’ evoluzione degli astri, è quindi il mezzo per potere conoscere tale ordine. Conoscere la successione dei mesi significava per i Maya comprendere la vita e le sue imperiture regole. La scienza è pertanto una scienza sacra per eccellenza e permette all’uomo di potere interagire con il divino. L’indio, studiando i cicli, poteva dedicare culto alle varie divinità che di volta in volta presiedevano una stagione, evitando in tal modo la sempre possibile catastrofe.
Gli dei degli inferi sfidarono i gemelli per impadronirsi del loro equipaggiamento da gioco. Tale desiderio ha un forte significato simbolico: come detto, il gioco della palla simboleggia la ribellione all’ ordine arcaico, e l’equipaggiamento dei due fratelli rappresenta la liberazione maschile dal matriarcato.
Uno e Sette Hunapuh superano le trappole incontrate durante il cammino, e giungendo infine ad un crocevia, ove ognuna delle quattro strade ha un colore diverso, che corrisponde alle diverse direzioni. Essi scelgono la strada nera, che, a livello terrestre, indica la strada per gli Inferi, nonchè il cammino del sole che ogni giorno si alza a est e viaggia verso ovest, per inabissarsi negli inferi.30
Da questo momento il testo, scrive Mercedes De la Garza,31

“dice che i due gemelli vennero vinti dai signori di Xibalba, poiché caddero irrimediabilmente nelle trappole che questi tesero loro. Ogni incontro con i signori di Xibalbà si trasforma così in umiliazione e sconfitta per i gemelli. In seguito essi vengono rinchiusi nella casa Oscura per passarvi la notte e per fare luce vengono loro forniti una stecca di ocote e un sigaro, con la condizione che questi vengano restituiti intatti il giorno seguente. I due non superano la prova e i signori di Xibalba decidono di sacrificarli”.

Narra il Popol Vuh:

“[i gemelli] furono seppelliti nel Luogo del Sacrificio del Gioco della Palla [ situato a ovest]32, come viene chiamato. La testa di Uno Hunapuh fu tagliata: solo il suo corpo fu seppellito insieme al fratello più giovane”.33

In seguito, le divinità del mondo sotterraneo ordinano di collocare la testa di Uno Hunahpu su un albero che non aveva mai dato frutti. Inaspettatamente l’albero, dopo avere ricevuto la testa sui suoi rami, iniziò a fruttificare.
Michael Coe chiarisce riguardo a Uno Hunahpu che
“ricerche iconografiche condotte da Karl Taube hanno dimostrato trattarsi di null’ altri che del dio del mais; la sua testa staccata simboleggiava la pannocchia staccata dallo stelo, e il seme di mais piantato sotto la superficie risorgeva da Xibalba per fruttificare sui campi del mondo umano”.34

Luna di Sangue, Ixquic, figlia di un signore degli inferi chiamato Raccoglitore di Sangue, si reca con grande stupore a vedere l’ albero. Il teschio di Uno Hunaphu, animato dal fratello, chiede alla ragazza di stendere, verso di esso, la sua mano destra, così da poterla vedere.35

La fanciulla, quindi allunga la mano destra fin davanti al cranio. Quest’ultimo sputa la sua saliva, che cade in pieno sulla mano della ragazza.”36
Ricevuto questo segno, la giovane rimase incinta. Dopo sei lune, il padre di lei si accorse che la figlia è gravida, per cui le chiede chi ne era il responsabile. Ella risponde che

“ non vi è uomo di cui abbia conosciuto il volto”,37

cosa che letteralmente è vera. Il padre, credendo che la figlia si prostituisse, ordina ai gufi di strapparle il cuore e di portarglielo in una ciotola: armati del Pugnale Bianco, lo strumento del sacrificio, essi la portano via. La ragazza riesce però a convincerli di risparmiarla, e prepara un sostituto del cuore ottenuto da un nodulo solidificato dell’albero di croton, che i signori degli inferi credettero il cuore di lei.
Bruciato il finto cuore, questi rimangono estasiati dall’odore; nel frattempo i gufi indicano la via a Ixquic per raggiungere la superficie della terra. In conseguenza adi questo episodio, scrive Tennis Tedlock che

“i signori di Xibalba ricevono offerte di fumo fatte di linfa di croton piuttosto che di sangue e cuore umani”.38

Prima di continuare la narrazione, è bene chiarire che Ixquic è la giovane dea della luna. Scrive Pietro Bandini, a tal proposito, che Ixquic è

“colei che è destinata a succedere a Ixmucane, i cui giorni di illimitato potere sono contati come quelli dei signori di Xibalba”.39

A livello astronomico, Luna di Sangue corrisponde alla Luna che nasce ad ovest al calare della notte, nella stessa direzione in cui ella apparve davanti al teschio del Luogo del Sacrificio del Gioco della palla quando rimase incinta.
Una volta uscita dal mondo sotterraneo, Luna di Sangue si reca da Xmucane affermano di essere sua nuora, ma Xmucane non crede che ella possa essere la madre dei suoi nipoti. Così, la sottopone ad una prova, mandandola a riempire una rete di pannocchie di mais dal campo di Uno Scimmia e Uno Artigiano. Luna di Sangue trova lì solo un cespuglio di piante di mais, ma riempie una intera rete di pannocchie strappando le barbe di una sola. Di fronte a tale fatto, e dopo essersi accertata dell’ impronta della rete di trasporto lasciata da Luna di Sangue, la dea Xmucane non può negare l’evidenza: quella donna è la madre dei suoi nipoti.

Quindi narra il Popol Vuh: “allora arrivò il giorno della loro nascita, e la fanciulla chiamata Xquic dette alla luce i figli. La nonna non era presente quando nacquero; nacquero all’improvviso. Ne nacquero due, chiamati Hunahpu e Xbalanque. Nacquero nelle montagne e poi arrivarono nella casa. E poiché non dormivano.”40

“Buttali fuori di qui! Sono veramente degli urlatori.” Disse la donna.41

Il passo mostra l’avversità della vecchia Xmucane verso la nuora, e se prima l’alleanza con le divinità degli inferi era velata, ora appare chiara con la sua richiesta di abbandono dei due nipoti, che, come la dea sa, minacceranno l’ordine arcaico. L’episodio del raccolto del mais per mezzo di una rete ha un forte significato metaforico, poiché il Pauahtun è il ricettacolo di tutto il cosmo, che si estende in tutte e quattro le direzioni del cosmo.42 Rete è infine uno dei venti nomi del giorno che formano un mese maya. Il fatto di saperla usare indica che Xquic sa leggere il calendario maya e conosce i segreti del tempo, elemento che rivela il suo futuro posto di dea della Luna.
I due gemelli si vedono rendere la vita difficile sia dalla nonna che dai due fratellastri, ma non si lamentano mai e anzi si divertono ad andare ogni giorno a caccia di uccelli con le loro cerbottane. Un giorno, però, quando la vecchia dea li insulta ferocemente per l’ennesima volta, i gemelli decisero di sbarazzarsi dei fratelli maggiori.

“Rivolteremo il loro stesso essere”43,

con queste parole decisero di uccider Uno Scimmia e Uno Artigiano. Parole che, secondo un’ altra traduzione dello stesso passo, suonano come

“Noi porremo fine a questo vivere per il ventre”.44

Con tale espressione i due ripudiano sia i maltrattamenti della nonna e dei fratelli, sia, ancor più, il mondo delle madri.
I fratellastri vengono sconfitti con un semplice stratagemma: sono mandati su un albero a prendere degli uccelli che, dopo essere stati colpiti non erano caduti a terra. L’albero era stato fatto crescere abbastanza da non permettere loro di scendere. I due vengono poi trasformati in scimmia. Afferma Pietro Bandini che

“Nonostante queste creature fossero considerate prive di intelletto, il mito le eleva entrambe al rango di divinità fondatrici e protettrici delle arti, comprese la poesia e l’ arte degli scribi”.45

Noi, tuttavia, non siamo d’accordo con questo studioso, poiché riteniamo che sia necessario prendere in considerazione due fatti di rilevante importanza:
1) Come afferma Tennis Tedlock queste divinità molto probabilmente compiono il loro primo viaggio attraverso il cielo durante l’era degli uomini di legno, che furono i primi esseri terrestri a creare e usare strumenti, e che si trasformarono anch’essi in scimmie.46
2) La loro trasformazione in scimmie si inserisce, a nostro avviso, perfettamente nella dinamica del mito, poiché i due gemelli non riuscirono a raggiungere l’indipendenza dalla nonna, e, rimasti un tutt’uno con il ventre materno, non sono prototipi della vera umanità che a breve comparirà sul mondo successivamente. Quindi così come i burattini non sono veri uomini, allo stesso modo non lo sono Uno Scimmia e Uno Artigiano.
La dea Xmucane, saputo l’accaduto, si adira: i due gemelli divini, allora, fanno ritornare i due con la musica del loro flauto. La vecchia, alla vista delle due scimmie, così ridicole, ride, talchè i due fuggono per sempre arrampicandosi sugli alberi.
Uno Scimmia e Uno Artigiano corrispondono al pianeta Marte, il cui periodo è calcolato da quel giorno, e il loro ritorno temporaneo alla casa di Xmucane corrisponde, invece, al moto retrogrado di Marte.
Sbarazzatisi dei loro fratellastri Hunahpu e Xbalanque decidono di liberare dalla vegetazione un appezzamento di terra per poter coltivare un campo, ma, quando ogni mattina tornano nel luogo in precedenza lavorato, trovano che la foresta lo ha ricoperto nuovamente. Incuriositi questo fatto, una notte decidono di nascondersi vicino a quel posto, scoprendo così che gli animali della foresta fanno ricomparire le piante eliminate. Hunahpu e Xbalanque tentano di catturare questi animali, ma sia il puma, il giaguaro, il coniglio e il cervo fuggono (di quest’ultimi animali i due gemelli prendono le code). Riescono però a catturare il ratto.
Questo episodio spiegherebbe, scrive Marcella Masconi,47 sia perché il coniglio e il cervo non hanno coda, sia perché il topo, ancora oggi, ha gli occhi fuori dalle orbite e la coda priva di peli. Il Popol Vuh racconta infatti che:

“Erano talmente arrabbiati che tentarono di strozzarlo e gli bruciarono la coda sul fuoco”.48

In cambio di una parte di provviste di mais, il ratto rivela ai gemelli che Uno e Sette Hunahpu hanno lasciato un’attrezzatura per il gioco della palla appesa alle travi della loro casa, e si offre di aiutarli a tirarla giù. Il giorno dopo, Hunahpu e Xbalanque fanno in modo di mandare Xmucane fuori di casa, dicendo che lo stufato con peperoncino ha messo loro molta sete; Xmucane allora va a prendere l’acqua ma viene trattenuta da una falla che si apre nella brocca. Poi, quando Ixquic va a vedere perché la suocera ritarda, il ratto taglia le corde che tengono appese gli attrezzi per il gioco della palla, e i gemelli ne prendono possesso.
L’allontanamento della donna chiarisce il fatto che la battaglia per eliminare l’ordine arcaico è iniziata nuovamente, e l’attrezzatura trovata dai due eroi divini ne è la prova.
I due episodi (coltivazione del campo e allontanamento della nonna) non sono casuali. Entrambi avvertono il fatto che il principio maschile si rimette in gioco. I due episodi sono anzi strettamente connessi: la coltivazione del mais e gli attrezzi per il gioco della pelota, simbolizzano il cosmo strutturato razionalmente. Per i Maya esisteva una forte contrapposizione tra il campo di mais (simbolo, con la sua forma quadrata del cielo e di tutte le precise traiettorie degli astri) “lavorato” dall’uomo, e la foresta. Essa, non essendo “lavorata” sintetizzava, con la sua voracità, le forze del caos e di tutto ciò che non è ancora ordinato e separato. La coltivazione del mais presuppone inoltre la ciclicità stagionale necessaria per la maturazione delle pannocchie. Si inserisce pertanto tutto un discorso che avverte della formazione del sistema calendaristico e di tute quelle divinità astronomiche che lo presiedono. La dea Xmucane inoltre viene a configurarsi come la Grande Dea Madre paleolitica. La nonna dei gemelli, colei che plasmerà l’uomo dall’impasto di mais, altro non è che una rielaborazione della Dea Madre: divinità dai mille volti che ritroviamo in tutte le culture pre-agricole del mondo.
Quando Hunahpu e Xpalanque cominciano a giocare a palla, disturbano i Signori degli inferi che, ancora una volta, inviano una loro convocazione a Xmucane, dicendole che i gemelli devono presentarsi entro sette giorni. Ella invia un pidocchio a riferire il messaggio ai suoi nipoti, ma il pidocchio viene inghiottito da un rospo, il rospo da un serpente e il serpente, a sua volta, da un falco.
Il falco, giunto al campo della palla, viene colpito in un occhio dai due gemelli, i quali si premurano di curarlo con un pezzetto di gomma preso dalla palla stessa. Ed ecco il motivo per cui questo tipo di falco (falco ridente) ha oggi una macchia di piume nere intorno all’occhio. Il falco vomita il serpente, che vomita il rospo, il quale contiene il pidocchio nella sua bocca. Quest’ultimo riferisce il messaggio di Xmucane. Dopo essere stati convocati nel mondo sotterraneo, Hunahpu e Xbalanque si congedano dalla nonna e, nel salutarla, gettano le basi di un rituale tutt’ora in uso presso i maya quiquè. Queste furono le istruzioni data alla donna:

“Noi seguiamo la nostra strada, cara nonna. Siamo qui solo per darti istruzioni. Così ecco il segno della nostra parola. La lasceremo a te. Ognuno di noi pianterà una pannocchia di mais verde. La pianteremo al centro della casa. quando il mais si seccherà, sarà il segno della nostra morte: forse siamo morti, dirai, quando si secca. E quando arriveranno i germogli: forse sono vivi dirai, nostra cara nonna e madre. Da ora in poi, questo è il segno della nostra parola. Noi la lasceremo presso di te ’ dissero, poi andarono via ”.49

Questo rituale ha una doppia valenza: una astronomica ed una spirituale. Sulla prima ci informa lo studioso Tennis Tedlock50: i gemelli, dopo aver piantato le pannocchie di mais in quel giorno, arriveranno a Xibalba sette giorni più tardi, e cioè nel giorno detto Hunahpu. Questo quadra perfettamente con il ciclo maya di Venere: il sorgere di Venere come stella del mattino nel giorno detto Rete corrisponde all’apparire dei due gemelli divini sulla terra. La successiva discesa di Venere, nel mondo sotterraneo, cadrà sempre nel giorno detto Hunahpu.
In senso spirituale questo rituale ci sembra introdurre, il tema dell’indissolubile legame tra la vita e la morte, di cui il mais con il suo ciclo di morte e rinascita è sintesi e metafora. Il rituale presenta un tema sempre caro ai Maya, e cioè l’unità degli opposti; unità, in questo caso, di vita e di morte. Il ciclo dell’esistere non può, infatti, esserci senza uno dei due vettori. Morte e vita sono elementi che si fondono a vicenda: due aspetti e momenti dello stesso sistema. I Maya giunsero ad elevare il sacrificio a fondamentale ed essenziale vettore motrice della vita e del cosmo.
Il rituale dei gemelli si connette anche con le vicende che seguiranno, le quali segneranno il tramonto dell’ordine arcaico e il sorgere del nuovo ordine patriarcale. Non è un caso che il rituale sia stato tramandato, dai due eroi divini, alla vecchia nonna. Questa, infatti, simbolizza l’ordine matriarcale che sta per soccombere per dare spazio al nuovo.
Hunahpu e Xbalanque percorrono la strada per Xibalba seguendo le orme dei loro padri. Dopo essere giunti al Crocevia,51 inviano a precederli una spia, una zanzara, per conoscere i nomi dei signori. Essa punge a turno ognuno di loro: i primi due si rivelano dei manichini, dal momento che non emettono suoni, ma gli altri, nel lamentarsi di essere stati punti, si rivolgono l’un l’altro per nome, in ordine progressivo. Quando i gemelli arrivano davanti ai signori, essi non prendono in considerazione, diversamente dai loro padri, i manichini, ma si rivolgono, correttamente, a ciascuno dei signori, chiamandoli per nome. Rifiutano di sedersi sul seggio ardente e, quando viene dato loro la torcia e i due sigari da tenere accesi tutta la notte, imbrogliano le divinità fingendo che una coda di macao fosse il bagliore della torcia e mettendo delle lucciole sulle punte dei sigari. L’indomani, i due eroi giocano con i due demoni Uno e Sette morte e si danno per vinti.
In seguito, i due divini fratelli sopravvivono ai pernottamenti nella Casa del Freddo, piena di correnti e di grandine; nella Casa del Giaguaro, piena di giaguari urlanti ed affamati; e in una casa piena di fuoco. Dopo questi orrori, segue la Casa dei Pipistrelli, piena di pipistrelli che svolazzano urlando, dove i due gemelli trascorrono la notte stipati nelle loro cerbottana.
Riteniamo a questo punto necessario interrompere la narrazione, per dare spazio ad alcune considerazioni. Le quattro case sono sintesi delle caratteristiche di Xibalba, infatti i Maya concepivano gli inferi come un luogo dal clima estremo: un luogo freddo e umido. Il giaguaro è portatore di un significato di cui già abbiamo parlato, basta qui dire che per via delle sue macchie nere era associato alla morte e agli inferi. Il pipistrello, animale totemico, è una delle rappresentazioni, nell’iconografia architettonica, dell’infraregno. Quando Hunahbu sbircia sporgendo la testa fuori dalla cerbottana, uno dei pipistrelli gli stacca la testa con un morso. Il capo finisce, rotolando, sul campo da gioco di Xibalba, ma Xbalanque fornisce al fratello una protesi temporanea, ricavata da una zucca scolpita. Mentre viene eseguito il trapianto di testa, il cielo orientale diviene rosso per via dell’alba, segno che il tempo del sole (che ancora non è sorto) si va facendo più vicino. I gemelli si mettono, quindi, a giocare con gli dei degli inferi, e Xbalanque, recuperata la testa, la mette sulle spalle di Hunahpu. La zucca, che viene messa in gioco, si lacera e sparge i semi sul campo, rivelando ai signori di Xibalba che sono stati beffati. Finalmente, siamo di fronte all’ultimo degli episodi che prefigura i cicli di Venere e prepara la strada per il primo sorgere del sole. I gemelli, rendendosi conto che l’unico proposito delle divinità è quello di ucciderli, fingono di sacrificarsi in un rogo, per rinascere miracolosamente più tardi. Rinascendo, adottano le sembianze di due poveri che si guadagnano da vivere danzando e compiendo prodigi di ogni sorta. Ciò che stupisce gli abitanti di Xibalba è la scena in cui i due gemelli si uccidono l’un l’altro, per resuscitare subito dopo. La notizia di questi fatti incredibili giunge alle orecchie dei signori di Xibalba, che li chiamano perché recitino per loro. Meravigliati, essi assistono alle azioni trasformiste dei gemelli, al momento del sacrificio reciproco e alla loro gloriosa rinascita. Entusiasti, chiedono ai gemelli di fare lo stesso con loro. I gemelli eseguono il sacrificio, ma non li resuscitano più. Quindi, rivelano agli abitanti di Xibalba la propria identità e si proclamano vendicatori del padre e dello zio, sacrificati dai sovrani del mondo sotterraneo. Il rilevare la
propria identità metaforizza, secondo noi, la presa di coscienza della propria identità da parte dell’umanità, l’abbattimento dell’ordine arcaico e la fine del sistema matriarcale. La separazione dal
ventre materno è finalmente avvenuta. il ventre materno è simboleggiato in
Xmucane, che, come la dea Gaia del Pantheon preolimpico, è una divinità femminile che personifica una umanità ancora non matura52.
Volendo rendere il concetto più chiaro, possiamo paragonare l’umanità, in questo prima sistema arcaico, ad un uomo che nella sua infanzia, non riconoscendo ancora il suo essere, si sente un tutt’uno con il ventre materno. Il cammino dei gemelli è il cammino verso la libertà, verso la scoperta delle proprie potenzialità, verso l’autoemancipazione..
Essi dichiarano:

“‘ascoltate: riveleremo i nostri nomi e riveleremo anche i nomi dei nostri padri di fronte a voi. Eccoci qui: siamo il piccolo Hunahpu e Xbalanque. E questi sono i nostri padri, quelli che avete ucciso: Uno Hunahpu e Sette Hunahpu. E noi siamo qui per liberare la strada dai tormenti e dai pericoli dei nostri padri. E per questo abbiamo subito tutti i tormenti che ci avete causato. E così metteremo fine a tutti voi. Vi uccideremo. Nessuno può salvarvi ormai’, fu detto loro. E allora tutti quelli di Xibalba si prosternarono ed acclamarono:
‘abbiate pietà di noi, Hunahpu e Xbalanque! E’ vero che abbiamo fatto torto ai vostri padri, quelli che avete nominato. Tutti e due sono sepolti presso il Luogo del Sacrificio del Gioco della Palla’, risposero.
‘molto bene. Ora, questa è la nostra parola, ve la riveleremo. Tutti voi, ascoltate, voi di Xibalba: a causa di questo il vostro giorno e la vostra discendenza non saranno grandi. Inoltre, i doni che riceverete non saranno più grandi ma saranno ridotti a noduli fibrosi di linfa. Non vi sarà per voi sangue accuratamente assorbito, ma solo zucche, solo piastre infuocate, solo cose fragili fatte a pezzi. Inoltre, voi non vi nutrirete che delle creature dei prati e delle radure. Nessuno di coloro che nascono nella luce, generati nella luce, sarà vostro. Saranno i colpevoli, i violenti, i disgraziati, gli afflitti. Dovunque la colpa sia chiara, subentrerete voi, invece che compiere attacchi improvvisi su chiunque capiti. E ascolterete suppliche sulla linfa rappresa,’ fu detto a tutti quelli di Xibalba”.53

Quindi da tale momento in poi, come chiarisce Dennis,

“ le offerte ricevute dai signori di Xibalba saranno limitate a fumo fatto di linfa di croton e ad animali, e[…]i signori di Xibalba limiteranno i loro attacchi solo agli uomini con debolezze e colpe”.54

Afferma Pietro Bandini che l’uccisione dei due signori della morte fu

“la causa della sconfitta di tutta la schiera dei vecchi dei, sconfitta che ne incrinò per sempre il potere e lo splendore”.55

Mercedes De La Garza sostiene:

“vincendo le potenze del mondo sotterraneo, il cui appetito smisurato consumava gli esseri viventi, le piante e gli astri, i Divini Gemelli pongono un freno alla forza distruttiva di queste”.56

Successivamente, Hunahpu e Xbalanque si recano sul luogo dove giacciono i resti dei loro parenti, ma ogni sforzo per riportarli in vita risulta vano. In ambito celeste, la visita di Hunahpu e Xbalanque alla tomba di Sette Hunahpu, segna, come scrive Dennis Tedlock57, il ritorno di un intero giro dei cicli di Venere.
Quanto ai due gemelli, essi risorgono nelle vesti del sole e della luna.
Riportiamo, aquesto proposito, il brano del Popol Vuh:

“E poi i due ragazzi ascesero […] qui nel centro della luce, e il sole appartiene all’uno e la luna all’altro. Quando si fece chiaro nel cielo, sulla faccia della terra, essi erano lì nel cielo”.58
Chiariamo il fatto che il gemello che diventa la luna deve essere inteso specificatamente come la luna piena, mentre Luna di Sangue, Xquic, la madre, deve essere intesa come equivalente alle altri fasi di luna.59


Il Popol Vuh: introduzione alla quarta parte.

Il dono degli dei: il mais

Dio che sei il mio avo e la mia ava, Dio dei monti e delle valli, Dio santo, ti faccio di tutto cuore la mia offerta. Sii paziente con me e con le mie azioni, mio vero Dio e Beata Vergine. È indispensabile che tu mi renda in un bel raccolto tutta la semente che spargo qui dove ho il mio lavoro, il mio campo. Sorveglialo e proteggilo per me, che niente di male gli accada da quando semino a quando raccoglierò.60

Questa preghiera cristiana, recitata dai Maya prima della coltivazione del mais, dimostra l’importanza e la sacralità che tutt’ora circonda questa pianta per i mesoamericani. Un frate, più di duecento anni fa, riassunse così il sentimento e il comportamento dei Maya degli altipiani di fronte al granoturco:

“Da tutto ciò che fanno o dicono in relazione al mais si capisce che per loro è quasi un dio. Guardano il loro campo con un tale rapimento estatico, da farvi capire che per esso possono dimenticare figli, moglie e ogni altro legame o interesse: come se il campo fosse lo scopo finale della loro vita, la fonte della loro unica felicità”. 61

La descrizione è molto felice fuorché per un particolare, come fa notare, peraltro, Eric Thompson62:

“i Maya e in genere gli indios non trattavano il mais come se fosse un dio: per loro era un dio. Ma avevano buona cura di non farlo sapere ai frati”.

I Maya, sebbene oggi cristiani, non hanno perso il culto per il mais, e tutt’ora gli attribuiscono un’ importanza fondamentale.
L’importanza attribuita a questa pianta ha motivazioni ben precise. Essa costituiva, come più volte abbiamo accennato, la base della dieta maya; e un buon raccolto era motivo di immensa felicità per l’indios. Nel caso di cattivo raccolto, il mesoamericano doveva fare i conti con la fame. La sacralità di questa pianta nasce dal ruolo centrale che essa riveste nell’ambito del sistema economico maya. Scrive, a tal proposito, Wilhelmy:

“Il mais come certa base alimentare di un popolo sedentario ebbe nello sviluppo culturale del Centro America la stessa importanza avuta dal riso nei paesi monsonici dell’ Asia, la cui coltivazione in campi umidi, in confronto alla coltura del mais su terreni asciutti, richiede ad ogni modo maggior lavoro. Le grandi creazioni culturali di Ceylon, di Giava centrale, della Cambogia e della Birmania sono anche qui impensabili senza la continua produzione di un alimento base non deperibile. A differenza del mais e del riso (e di altri frutti da granella extratropicali che sono stati a base dello sviluppo della civiltà europea), la monocultura di tuberi facilmente deperibili e ricchi di amido, come la manioca (America meridionale e centrale) o il taro (Asia monsonica), che hanno rispettivamente preceduto la coltivazione dei cereali, non ha dato inizio allo sviluppo di nessuna grande civiltà”.63


Gui Annequin, invece, nota:

“non si insisterà mai abbastanza sul mutamento rivoluzionario apportato dalla coltivazione del mais nella vita degli amerindi.[…]. Pianta che è alla base della civiltà dei Maya e dei loro vicini. Questa pianta, che richiede l’intervento del contadino per soli duecento giorni all’anno, lo lasciava molto libero; quindi il contadino aveva molto più tempo da dedicare alle attività intellettuali, artistiche o religiose, di fatto strettamente collegate. Il mais era qualcosa di più della base economica della civiltà maya, era il punto focale del culto, e tutti i Maya che aravano la terra gli avevano innalzato un altare nel loro cuore. Senza mais essi non avrebbero avuto tempo libero né avrebbero goduto della prosperità necessaria per costruire le loro piramidi ed i loro templi; senza l’amore mistico che nutrivano nei suoi confronti, i contadini non si sarebbero molto probabilmente sottoposti ai continui inviti dei loro dirigenti ad attuare programmi prodigiosi. Essi sapevano che lavoravano per conciliarsi il dio del cielo e della terra, dal quale dipendeva il loro raccolto di mais”.64

Il ruolo fondamentale di questa pianta è comprovata da fatto che, come scrive Herbert Wilhelmy,

“Il mais è rimasto fino a oggi il cibo principale del territorio maya, anzi probabilmente rispetto alla svariatissima alimentazione del passato ha raggiunto una posizione ancora più rilevante. L’acquisto di cibi d’importazione freschi o conservati è possibile solo nelle città e nei centri rurali posti in punti commerciali favorevoli, ammesso che gli abitanti posseggano il necessario denaro contante. La grande massa della popolazione contadina che vive fuori mano nella boscaglia o nella foresta è rimasta ferma alla tradizionale economia antartica. […] Tanto ieri come oggi i tre principali pasti quotidiani sono a base di mais. Una famiglia di cinque persone ha bisogno ogni giorno di 3-4 Kg, cioè circa 11-14 q all’anno di mais […].65

L’importanza mistica di questa pianta viene sottolineata anche da David Webster, il quale scrive:

“Anche se i Maya del sedicesimo secolo coltivavano campi e frutteti con diversi prodotti, il più importante di tutti in assoluto era il mais: non si trattava solo dell’alimento base della loro dieta (con i fagioli di gran lunga secondi), ma anche di una pianta magica, associata con le origini dell’uomo e del mondo stesso, e quindi letteralmente un dono degli dei. Uno sguardo ai grandi cicli stagionali della natura governati dalle divinità rivelava quando era il tempo propizio per seminare. Coltivare il mais era ben più di una necessità economica: era anche un ricorrente e quasi mistico atto di consacrazione. Anche oggi gli agricoltori maya che si basano su di un’economia di sussistenza ritengono che una famiglia che non passa soddisfare il proprio fabbisogno di mais non sia rispettabile, e un agricoltore povero viene considerato carente di energia, giudizio e motivazione”.66

L’importanza spirituale del mais viene più volte ribadita da Eric Thompson,67 il quale asserisce che:

“l’idea di un prodotto agricolo è del tutto remota nella nostra mentalità, ma era ed è al centro della concezione maya del mondo. Non è strano che un Maya umanizzi il granoturco e lo tratti con una reverenza e amore che noi non possiamo sentire per cose inanimate. Il mais è il dono che gli dei concedono all’uomo solo quando ha faticato per meritarlo”.68

Il Chilam Balam narra che all’ inizio esisteva solo la giada verde. Questa pietra, per i Maya molto preziosa, non è altro che non il grano non ancora maturo.
Una tale visione del mais ha fatto sì che ci sia, come afferma Herbert Wilhelmi,69

“ uno stretto collegamento tra la coltivazione del mais e il cerimoniale religioso […]. Ogni lavoro svolto nella milpa rappresentava un atto cultuale. Tutti i lavori dei campi erano compiuti in strettissimo contatto spirituale con gli dei. I contadini maya cercavano continuamente di ottenere il loro aiuto e la loro benedizione, di accattivarsi le forze cosmiche positive e di tenere lontano quelle malefiche”.

Il mais acquisiva un grande significato spirituale, tanto da essere considerato, come abbiamo già avuto modo di accennare diffusamente, regalo degli dei, sostentamento reale del cosmo e, secondo il Chilam Balam, l’elemento primordiale da cui tutto ha avuto origine. Pertanto, la sua personificazione in divinità ci sembra del tutto conseguenziale.
Possiamo dire che il sentimento maya verso il mais fa luce sulla mentalità di questo popolo e sui suoi costumi, meglio di qualunque sua altra manifestazione: la cultura maya ha un carattere sostanzialmente contadino, sulla quale si innesta una complessa struttura religiosa.
Le cerimonie con cui si apre la semina del granoturco presso i Maya Mopan del Belize meridionale illustrano bene l’anelito religioso che circonda il mais.70 Prima di cominciare una delle fasi del suo lavoro, il Maya compie un’offerta agli dei custodi del suo campo. Fa notare Wilhelmi che

“ogni pianta di mais - così credevano i Maya - aveva un’anima che si trovava a suo perfetto agio solo nelle pannocchie più belle. Così essi le spruzzavano con il sangue degli animali sacrificati e le cospargevano di polvere calcarea per proteggerle dagli insetti nocivi. Il fatto che consacrassero agli dei le pannocchie migliori aveva un profondo significato: si impiegava come semente solo il mais di migliore qualità, in grado di assicurare per il prossimo raccolto un risultato ottimale”.71

In queste cerimonie un ruolo fondamentale lo ricopre la magia imitativa. Scrive Thompson:

“non c’è dubbio che il gracidio delle ranocchie, il rumore del tuono, il personaggio che rappresenta il capo dei Chac, coi simboli della pioggia e del lampo, sono del repertorio magico. Ha un certo rilievo anche il ricorrere di numeri sacri: il sette, il nove, il tredici. E lungo tutta la cerimonia appaiono elementi lustrali: l’acqua da adoperare è vergine, in teoria sono vergine anche le vittime sacrificali ed è di rigore l’astinenza”.72

In tal modo Victor von Hagen parla del mais:

“il mais, dono degli dei, era sacro, e pertanto doveve essere coltivato rispettando i riti stabiliti. Ci si propiziava dunque il dio della pioggia Chac, e si seminava nei giorni di pioggia perché i chichi potessero germogliare rapidamente”73

Il mais, sostanza mitologica, costituisce, come afferma Martin Brennan,74

“l’elemento cardine del pensiero religioso maya. […]. I lunghi capelli ondulati del dio del mais, rappresentando la barba del granoturco, sono adorni di cerchi di giada”.

Ciò non è un caso perché la giada, elemento base del cosmo secondo il mito narrato nel Chilam Balam, simbolizza il mais giovane, perché non ancora maturo. Il termine per indicare il mais è tun, che significa anche pietra in senso generico e giada in particolare, ma che è anche sinonimo di prezioso.

Il numero proprio di questa divinità è l’otto che, rileva Martin Brennan, è un “esplicito riferimento al raddoppiamento o alla fruizione del numero quattro che è il dio Sole”.75

Va notato che, nella cosmologia maya, i colori assegnati ai quattro punti cardinali sono il rosso, il bianco, il nero e il giallo. Il mais compare in cinque colori: rosso, bianco, nero, giallo e verde, che è il colore del mais non maturo, simboleggiato dalla giada.
Nel Chilam Balam, il giovane dio del mais (YUM KAX) viene semplicemente identificato con i due eroi divini Uno e Sette Hunahpu.76
Il mito cosmogonico Quiquè afferma che l’uomo fu creato da un impasto di granoturco. Tale mito, giustificherebbe, la raffigurazione di questa deità con forma umana e senza attributi zoomorfi.77
Di solito il dio del mais veniva rappresentato come un giovane di bell’aspetto, la cui testa poteva comparire al posto di una pannocchia di granoturco, o dal cui capo potevano spuntare le foglie di granoturco, come se ne fosse il seme esso. Viene raffigurato adornato da gioielli di giada.

Il Popol Vuh: la quarta parte. Gli uomini di mais: aspettando il Sole

Con l’ascesa di Hunahpu e Xbalanque il Popol Vuh ritorna al problema che gli dei affrontavano all’inizio del libro sacro: la creazione di esseri in grado di camminare, lavorare, parlare e pregare in modo articolato. Il racconto del quarto e ultimo tentativo è in flaschback, giacchè la narrazione ritorna indietro, al momento in cui Sette Macao aveva già subito la punizione ma il sole doveva ancora apparire. Abbiamo già visto come gli dei avevano fallito nelle tre precedenti creazioni, ma, ora essi hanno notizia di una montagna piena di mais giallo e bianco, scoperta dalla volpe, dal coyote, dal pappagallo e dal cervo. È arrivato il tempo, come narra il Popol Vuh,

“del concepimento degli uomini e della ricerca degli ingredienti del corpo umano. Così parlarono, il Portatore, il Genitore, i Fattori e i Modellatori chiamati Sovrano Serpente Piumato. ‘L’alba si avvicina, i preparativi sono stati compiuti ed è giunto il mattino per colui che dovrà provvedere, per colui che dovrà nutrire, nato nella luce, generato nella luce. È giunto il mattino per la stirpe umana, per la gente che popolerà la faccia della terra’, dissero. Tutto si combinò mentre essi continuavano a pensare nell’oscurità, nella notte, mentre cercavano e vagliavano, pensavano e si interrogavano.78
E a questo punto i loro pensieri vennero alla luce. Essi cercarono e scoprirono ciò di cui c’era bisogno per la carne umana. Non passò molto tempo prima che il sole, la luna e le stelle facessero la loro comparsa al di sopra dei Fattori e dei Modellatori. Luogo Spaccato, Luogo dell’ Acqua Amara si chiama: il mais giallo, il mais bianco vennero di là. E questi sono i nomi degli animali che portarono il cibo: volpe, coyote, pappagallo, corvo. Furono quattro gli animali che portarono la notizia delle pannocchie di mais giallo e di mais bianco. Venivano da un luogo chiamato Luogo Spaccato, e mostrarono la via per la spaccatura”.79

Il passo riportato fa ben comprendere la centralità dei miti precedenti: infatti, gli episodi narrati nella seconda e terza parte della cosiddetta bibbia-maya costituiscono una fondazione degli astri e dei loro movimenti, un’elaborazione armoniosa del cosmo e del calendario, che ne è il suo rispecchiamento. L’uomo ha, in tutto questo, un ruolo centrale, infatti è lui che si deve preoccupare del suo mantenimento e sostentamento. Il Popol Vuh rappresenta una sorta di lungo cammino,nel quale, a nostro parere, l’uomo di mais rappresenta la fine e l’inizio. La fine perché è l’atto finale della creazione di un ordine che con fatica gli dei sono riusciti a raggiungere, sconfiggendo non solo le false divinità ma limitando anche lo strapotere dei signori degli inferi, che avrebbero tolto troppo energie all’uomo, non lasciandogli altra linfa da utilizzare per il nutrimento del Cielo-Terra. L’inizio perché il sostentamento del creato è tutto sulle spalle di esso. Trovati gli elementi con cui fare il corpo dell’uomo, il Popol Vuh continua:

“fu allora che [le deità] trovarono le materie prime fondamentali. E questi furono gli ingredienti per la carne dell’opera umana, del disegno umano, e l’acqua fu usata per il sangue. Divenne sangue umano e anche il mais fu usato dal Portatore, Genitore. […] E poi il mais giallo e il mais bianco vennero macinati, e Xmucane li macinò per nove volte. Venne usato del cibo, insieme all’acqua con la quale si sciacquò le mani, per creare il grasso; divenne grasso umano quando fu lavorato da Portatore, Genitore, Sovrano Serpente Piumato, come vengono chiamati”.80

L’uomo, finalmente, ha fatto la sua comparsa. E se nell’ Antico Testamento ebraico egli è creato a somiglianza di Dio, nel Popol Vuh è creato dal mais, sostanza divina ed elemento primordiale, da cui tutto ha avuto origine. Due modi diversi, a nostro parere, per affermare la stessa cosa: l’origine divina dell’uomo, creatura dall’alta dignità con il compito di curare la terra, allevarla e sostenerla. E chi potrebbe compiere un tale compito se non una creatura diversa da tutte le altre? Una creatura consapevole di sé, della sua alta dignità e del valore della sua vita, che sappia rispettare il patto con gli dei: curare la terra e i suoi creatori. Ed è per questo che il sacrificio, sebbene anche assai cruento, non è mai crudele. Esso è dono delle divinità, il più grande dono da questi fatto all’uomo per il proseguimento del tempo e delle ruote del calendario.
I primi esseri umani furono quattro: QUITZE Giaguaro, Notte Giaguaro, Non Subito e Giaguaro Scuro. Questi uomini, dice il Popol Vuh,

“[…]furono semplicemente formati e modellati, non ebbero né padre né madre”.81

La creazione era risultata buona, essi infatti

“Parlavano e formavano parole. Guardavano e Ascoltavano. Camminavano e Lavoravano.”82
Ma si presentò ai creatori un problema. Narra infatti il Popol Vuh che

“Essi comprendevano tutto perfettamente, vedevano i quattro lati, i quattro angoli nel cielo”

Gli dei, intimoriti da ciò, ovvero dalla sapienza di questi uomini, che li poteva rendere troppo simili a essi, decisero, come afferma Pietro Bandini, “di velargli gli occhi83”, in modo che potessero

“solo da molto vicino vedere le cose con chiarezza”.84

Scrive ancora Pietro Bandini:

“In seguito, la religione e la matematica dei Maya fu un mirabile tentativo di compensare con strumenti umani questa menomazione inflitta dagli dei. Impararono, ad esempio, a penetrare il velo che avevano davanti agli occhi, attraverso l’estasi visionaria indotta mediante rituali e con l’aiuto del loro calendario, che rivelava a una persona esperta i segreti mediante il potere magico dei numeri”.85

Ma anche il Popol Vuh giunge a delinearsi come mezzo di riscoperta del sapere maya, obliato dagli dei. Ciò lo si evince dal passo, di seguito riportato.

“erano grandi persone, erano uomini di genio. […] Sapevano se ci sarebbe stata una guerra; ogni cosa che vedevano era chiara per loro. Se ci sarebbe stata morte, o se ci sarebbe stata carestia, o se ci sarebbero state liti, lo sapevano con certezza, poiché c’era un luogo dove vederlo, c’era un libro. Popol Vuh era il nome che gli davano”.86

Gli dei, di notte, mentre i quattro uomini dormivano, gli fecero delle compagne: quattro donne dalla quale unione con i quattro uomini nascono le principali tribù dei Maya Quique.
A questo punto il testo narra una serie di vicende che vedono come protagonisti i quattro uomini, alla ricerca di un dominio terreno, nel quale affermarsi come signori. La peregrinazione farà sì che le principali tribù si separeranno e perderanno la lingua originale, talchè nasceranno i vari dialetti locali.
Quindi si giunge all’evento finale: il sorgere del sole. In questa sola occasione appare come una persona intera, così caldo da disseccare la superficie della terra. All’inizio i Quiquè gioiscono nel vedere il sorgere del sole, ma poi ricordano i loro fratelli, e il fatto che non sanno più dove siano.
Il sorgere del sole riunisce le tribù, come chiarisce Dennis Tedlock87, nonostante esse rimangono ampiamente separate nello spazio. Come dice il popol Vuh

“vi erano innumerevoli popoli, ma vi fu una sola alba per tutte le tribù.”88

Ciò che rende possibile tale visione di unione è il calendario comune. Tutte le genti della Mesoamerica, infatti, possedevano il sacro calendario di 260 giorni.
Ci sembra opportuno chiudere suggestivamente questo capitolo con la preghiera di preparazione alla lettura del Popol Vuh, che veniva recitata dal capo spirituale Andrei Xiloj Peruch, della comunità maya di Momostenango:

Fa che la mia colpa scompaia,
Cuore del Cielo, Cuore della Terra;
fammi un favore,
dammi forza, dammi coraggio
nel mio cuore, nella mia testa,
perché sei la mia montagna e il mio piano;
possa non esserci più menzogna né onta,
e possa questa lettura del Popol Vuh
essere chiara come un’ alba, e possa l’ esame dei tempi antichi
essere completo nel mio cuore, nella mia testa;
e possa la mia colpa svanire,
mie nonne, mie nonni,
e quante sono le anime dei morti,
voi che parlate con Cuore del Cielo e della Terra,
possiate tutti voi insieme dare forza
alla lettura che ho intrapreso.89

1 Cfr. Filoramo-Massenzio-Raveri-Scarpi, op. cit., pag. 513.
2 Popol Vuh, introduzione di Dennis Tedlock, cit., pag. 51-52.
3 Peter Schmidt-Mercedes de la Garza-Enrique Nalda, op. cit., pag. 217.
4 Popol Vuh, introduzione di Dennis Tedlock, cit., pag. 16.
5 Atlante di Mitologia, Miti Maya e Inca, a cura di Marcella Masconi, Demetra editore, Novembre 1999, pag. 67.
6 Ibidem.
7 Popol Vuh, cit., pagg. 65-66.
8 Ibidem, pagg. 64-65.
9 Ibidem, pag. 66
10 Ibidem, pag. 67.
11 Peter Schmidt,-Mercedes de la Garza-Enrique Nalda, op. cit., pag. 218.
12 Popol vuh, cit., pag. 68.
13 Essi sono più vecchi di tutte le altri divinita , le quali gli si rivolgono come a dei nonni. I due sono marito e moglie, l’uomo è patrono dei matrimoni e sensale divino dei matrimoni, la donna è patrona di tutti i pari in quanto levatrice divina. Cfr. Popol Vuh, introduzione di Dennis Tedlock, cit. pag 17.
14 Pietro Bandini, op. cit., pag. 39.
15 Popol Vuh, cit., pag 74.
16 Peter Schmidt-Mercedes de la Garza- Enrique Nalda, op. cit., pag. 226..
17 Cfr. Popol Vuh, cit., pag 78.
18 Ibidem, Tennis Tedlock, scrive (nell’introduzione, pagg. 58-59) che sono i “nomi di una coppia di guaritori, due anziani coniugi specializzati nella cura dei denti, degli occhi e delle ossa”.
19 Ibidem., pagg. 80-81.
20 Cfr. ibidem, pagg. 19-20.
21 Cfr. ibidem, pagg. 85-89.
22 Ibidem, pag. 89.
23 Ibidem.
24 Ibidem, pag. 90.
25 Ibidem, pagg. 90-91.
26 Ibidem, 221.
27 Pietro Bandini, op. cit., pagg. 38-38.
28 Ibidem, pag. 39.
29 Ibidem, pag. 38.
30 Cfr, Popol Vuh, introduzione di Tennis Tedlock, cit., pag. 22.
31 Peter Schmidt-Mercedes de la Garza-Enrique Nalda, op. cit., pag. 222.
32 Nota dell’ autore.
33 Popol Vuh, cit., pag. 96.
34 Michael Coe, op. cit., pag . 172.
35 Cfr. Popol Vuh, cit., pag. 97.
36 Cfr. Ibidem.
37 Ibidem.
38 Ibidem, introduzione di Tennis Tedlock, pag. 23.
39 Pietro Bandini, op. cit., pag. 41.
40 Cfr. Popol Vuh, cit., pag. 103.
41 Ibidem.
42 Pietro Bandini, op. cit., pag. 33.
43 Popol Vuh, cit., pag. 104.
44 Pietro Bandini, op. cit., pag 42.
45 Ibidem.
46 Cfr. Popol Vuh, introduzione di Tennis Tedlock, cit., pag. 25.
47 Atlante di Mitologia Maya e Inca, cit., pag. 42.
48 Ibidem, pag. 42.
49 Popol vuh, cit., pag. 116.
50 Cfr. Ibidem, introduzione di Dennis Tedlock, pag. 27.
51 Il crocevia, incontrato per la seconda volta durante la nostra narrazione, sintetizza la struttura del cosmo. Il crocevia, rappresentato con una croce ( fondamentale simbolo sacro maya ) indica i quattro punti cardinali, i quattro angoli del mondo, i quattro cieli. Ad ogni angolo corrisponde un colore e ad ogni colore un significato ben preciso. I due gemelli come i loro padri prendono la direzione dal colore nero, che come abbiamo già più volte visto, è il colore degli inferi, della morte, delle malattie, della sporcizia e di tutte le negatività in generale.
52 Cfr. Pietro Bandini, op. cit., pag 38.
53 Popol vuh, cit., pagg. 134-135.
54 Ibidem, introduzione di Dennid Tedlock, pag. 30
55 Pietro Bandini, op. cit., pag. 44.
56Peter Schmidt-Mercedes de la Garza-Enrique Nalda, op. cit., pag. 224.
57 Cfr. Popol vuh, introduzione di Dennis Tedlock, cit., pag. 31.
58 Ibidem, pag. 137.
59Ibidem, introduzione di Dennis Tedlock , op. cit., pag. 32.
60 Eric Thompson, op. cit., pag. 292.
61 Ibidem, pag. 288.
62 Ibidem.
63 Herbert Wilhelmy, op. cit., pag. 182.
64 Guy Annequin, op. cit., pagg. 63-64.
65 Herbert Wilhelmy, op. cit., pag. 187-188.
66 David Webster, op. cit., pag. 168.
67 Eric Thompson, op. cit., pag .289.
68 L’idea si tradusse in una leggenda (Atlante di Mitologia, op. cit., pag. 59, 64-65): ci fu un tempo in cui la gente viveva nella prosperità, dimentica degli dei. Questi allora si riunirono per discuterne. ‘L’uomo si ciba di carne, di frutti e soprattutto di mais, ma non si cura più di noi, non offre sacrifici e vive come se non esistessimo’. ‘ho un’idea’ disse uno di loro ‘nascondiamo lo spirito di mais e costringiamoli a una misera esistenza in modo che si ricordino di noi e a noi si rivolgano’ tutti furono d’accordo e lo spirito del mais venne nascosto sotto una roccia. Da quel momento tutto il mais cominciò a seccare e gli uomini furono costretti a cibarsi di bacche e di radici. Anche tutti gli altri animali e gli uccelli non trovavano più i preziosi chicchi di cui erano ghiotti e andarono alla ricerca dello spirito del mais. Gli uccelli che volavano alto trovarono la roccia sotto la quale gli dei lo avevano celato e tentarono di spezzarla con i loro potenti becchi, ma tutto fu inutile, perché la roccia era troppo dura. Tentarono e ritentarono fino quasi a spezzarsi il becco, ma gli dei avevano scelto con cura il nascondiglio.[…] A scoprirlo furono per prima le formiche carovaniere, che scavarono una galleria fino al nascondiglio del mais sotto la roccia e cominciarono a portarlo via caricandolo sul dorso grano per grano. La volpe che è sempre curiosa dei fatti dei vicini vide le formiche portare quel grano e ne assaggiò. Poi poco a poco tutti gli animali ne vennero a conoscenza, ma il mais poteva essere raggiunto solo dalle formiche. Gli uomini allora “pregarono a lungo gli dei perché concedessero loro di penetrare nlla montagna. ‘Dei della pioggia, che sapete scagliare potenti saette, aprite la montagna sotto la quale si nascondono i gustosi chicchi di cui sono ghiotti le volpi e gli altri animali, perché abbiamo fame e vogliamo anche noi cibarcene’. Le loro preghiere vennero ascoltate dagli dei della pioggia. Ci provarono in tre: il primo di loro lanciò fulmini e saette contro la roccia, ma non riuscì nemmeno a scalfirla. Ci provo il secondo e anche il terzo, ma invano. Si recarono allora al dio più anziano che si rivolse a un picchio: ‘Con il tuo becco potente vai alla ricerca della roccia più dura e di quella più debole, perché le mie saette possano aprirsi un varco nella montagna che nasconde il mais’. il picchio obbedì e trovò il punto più debole che il dio della pioggia cercava. ‘riparati sotto quello strapiombo’ disse il dio al picchio e lanciò una potente saetta là dove la roccia era sottile. Il picchio, curioso, non obbedì all’ ordine che il dio aveva dato e mise fuori il capino per osservare la scena. Nello stesso momento in cui la saetta colpiva la montagna un frammento di roccia si staccò e lo colpì. Dalla ferita sul capo sgorgò un rivolo di sangue e per questo ancora oggi il picchio ha la testa rossa. Finalmente la montagna si aprì, lasciando un varco. Fu così che gli uomini ebbero a disposizione il mais bianco, cioè quello che non aveva subito l’azione del fuoco, quello giallo, quello rosso e quello nero, cioè quelli che avevano subito, in maniera diversa, l’ azione del fuoco.
69 Herbert Wilhelmi, op. cit., pag. 195.
70 Cfr. Eric Thompson, op. cit., pag. 293-294. Le cerimonie in onore al mais erano un tutt’ uno con le cerimonie in onore dei Chac. Durante questi riti parte importante svolgeva il sacrificio. Questo aveva il fine di potere saziare il dio della pioggia in maniera che esso portasse le giuste pioggie per un buon raccolto. La cerimonia che era molto complessa verrà presentata nei particolari nella sezione dedicata al sacrificio. Qui basta dire che gli uomini prima di tale cerimonia dovevano compiere un periodo di astinenza, dovevano stare lontani dalla donna, e sacrificarsi secondo la tecnica dell’autosalasso. Il sangue, versato su delle ciotole o intriso in fogli di fibra vegetale, veniva bruciato in offerta agli dei. Oggi i maya sacrificano uccelli, un tempo venivano sacrificati bambini.
71 Herbert Wilhelmy , op. cit., pag. 205.
72 Eric Thompson, op. cit., pag. 294.
73 Victor von Hagen, op. cit., pag. 153.
74 Martin Brennan, op. cit., pag. 91.
75 Ibidem
76 Pietro Bandini, op. cit., pag. 52.
77 Peter Schmidt-Mercedes de la Garza-Enrique Nalda, op. cit. 238.
78 Il passo ribadisce due concetti di fondamentale importanza:
  1. l’ uomo nasce quando ancora il sole non è nato
  2. l’ uomo viene creato per un fine ben preciso: provvedere al sostentamento degli dei.
79 Popol Vuh,, cit., pag. 138.
80 Ibidem, pag. 139.
81 Ibidem, pag 139.
82 Ibidem, pag 140
83 Pietro Bandini, op. cit., pag. 36
84 Popol Vuh, cit., pag. 141.
85 Pietro Bandini, op. cit., pag. 36.
86 Popol Vuh, cit. pag. 189.
87 Ibidem, introduzione di Dennis Tedlock, cit., pag. 37.
88 Ibidem, cit., pag. 157.
89 Ibidem, introduzione di Dennis Tedlock, pag. 60.

Nessun commento:

Posta un commento