mercoledì 30 maggio 2012

Pico della Mirandola


Pico della Mirandola (1463-1494) scrisse il celebre Orato de hominis digitate, Heptaplus (commento cabalistico e platonico al Genesi), Disputationes adversus astrologiam divinatricem. Pico della Mirandola, altro grande esponente del platonismo rinascimentale, sviluppa un pensiero molto più complesso di quello del Ficino. Ciò è conseguente al fascino che esercitarono in lui la cabalistica ebraica, la filosofia araba, greca e latina, ed, infine, la teologia cristiana antica e medievale.
La generale concezione platonica di Pico si sintetizza attorno al tema della circolarità del tutto, che procedendo dall’Uno, ritorna all’Uno. In tale visione si manifestano le influenze della tradizione ermetica, magica e cabalistica. Pico della mirandola afferma che la realtà è il risultato di un complesso dinamico di forze spirituali in rapporto fra loro. Tale realtà è conosciuta nella sua profondità da chi (come il mago, cioè il sapiente per eccellenza) sappia cogliere i nessi che reggono il tutto, facendosi ministro della natura. Solo il mago infatti “ potrà compiere opere meravigliose che solo l’ignorante può ritenere miracoli, mentre sono solo opere naturali che il mago, in forza della sua sapienza, è riuscito a far venire alla luce.
Pico, seppur a favore della magia, si scaglia contro l'astrologia e la sua pretesa di istituire un rapporto preciso e necessario tra il corso dei cieli e gli eventi del mondo sublunare.
In Orazione sulla dignità dell’uomo Pico difende la dignità umana, che non può essere prigioniera di un destino dato. L'uomo, infatti, è un essere libero, che non ha un posto determinato una volta per sempre nel cosmo. L’uomo, afferma Pico, è creato per divenire sempre quello che vuole: bestia o creatura divina.
Al fine di comprendere meglio il pensiero rinascimentale diviene di fondamentale importanza chiarire il significato di due termini largamente utilizzati in questo periodo, e cioè Prisca Theologia e Philosophia Perennis. Con prisca teologia si indicavano tutte quelle dottrine e opere di argomento teologico attribuite ad antichissimi, spesso mitici, personaggi della civiltà caldea, egizia e greca, contemporanei o anche posteriori ai profeti della tradizione ebraica. Testi della prisca teologia sono gli Oracoli caldaici attribuiti a Zoroastro (risalenti in realtà al II sec. d.C. e tradotti nel ‘400 dal dotto Gemisto Pletone) ; Il Corpus hermeticum; gli Inni attribuiti al Museo e a Orfeo (anch’essi posteriori al II sec. d.C.). Questi testi apparivano come la testimonianza di un’antica sapienza ricevuta da Dio, e, quindi, fonte originaria di ogni sapere. Tale sapere, considerato alla stregua di quello biblico come frutto di una rivelazione, si presenta nei suoi contenuti dottrinali (creazione temporale del mondo, Unità e Trinità divina, immortalità dell’anima, premi e castighi eterni) fondamentalmente concorde con l’insegnamento di Mosè, dei profeti e del Vangelo, tanto da essere spesso impiegato dai filosofi del rinascimento per commentare il testo biblico. Fortemente connesso alla prisca teologia e la philosophia perennis. L’espressione philosophia perennis venne usata per la prima volta dal vescovo Agostino Steuco da Gubbio autore del De Perenni Philosophia, pubblicato nel 1540 a Lione. Con tale termine si indica una precisa concezione storica della filosofia, che spiega la nascita della filosofia Essa nasce con la credenza che sia stata donata da Dio all'uomo in tempi antichissimi. Le verità sarebbero state trasmesse oralmente da generazione a generazione, e, durante tale trasmissione, pur rimanendo tra di loro identiche, hanno perso di chiarezza e purezza originale. Queste verità filosofiche coincidono con le verità dell’Antico e Nuovo Testamento. La parabola del platonismo rinascimentale vede la fine con il suo ultimo esponente Francesco Patrizi da Cherso (1529-1597). Patrizi prende posizione contro l’aristotelismo nel suo “Discussiones peripateticae”, pubblicato in Basilea nel 1581. In tale opera polemizza con le tesi più importanti di Aristotele. Inoltre, afferma che questi si fosse appropriato di molte dottrine dei suoi precedessori che poi criticarle, al fine di nascondere il plagio compiuto. Infine, utilizza la prisca teologia allo scopo di dimostrare l’estraneità della filosofia aristotelica rispetto alla concorde tradizione della filosofia e delle teologie antiche. Nel Nova de universis Philosophia pubblicato a Ferrara nel 1521 elabora, in contrapposizione all’aristotelismo, una nuova concezione dell’universo fisico e metafisico. In tale opera svolge il tema della metafisica della luce (nel trattato dal titolo panaugia), della gerarchia cosmica (nella panarchia), dell’animazione universale (nella pampsychia) e infine la genesi e costituzione del mondo fisico nella pancosmia). Interessante l’insistenza sul tema della totalità, per cui la realtà si presenta come un tutto organico, animato e vivente in ogni sua parte, pervaso dal lume dell’eterna luce divina, ordinato secondo una gerarchia graduale d’essere che promana da un'unità originaria che egli chiama unomnia. Il cosmo fisico si trova in uno spazio sostanzialmente infinito, tutto riempito dalla luce (che è media tra corporeo e incorporeo); se lo spazio è infinito anche il mondo fisico lo è. Il mondo fisico non è composto dei principi aristotelici di materia – forma – privazione, bensì di nuovi principi fisici quali spazio – luce – calore e materia fluida (fluore). Siamo così fuori dal finito mondo aristotelico e in uno spazio e in un mondo infinito.

1 commento:

  1. Molto interessante ... ma Severino Boezio può rientrare nel filone della Prisca Theologia?

    RispondiElimina