venerdì 25 maggio 2012

I Maya: condizione attuale


Durante la conquista spagnola, e nel corso dei decenni successivi, i Maya, come gli altri Indios del Messico, vennero massacrati e decimati. Il loro numero diminuì enormemente anche a causa delle varie epidemie a loro sconosciute portate dai conquistadores, come il vaiolo. Inoltre, furono durissimi gli sfruttamenti per i lavori forzati nei secoli successivi, la popolazione cominciò nuovamente ad aumentare e, probabilmente, oggi i Maya sono quantitativamente gli stessi dell’epoca precolombiana.
Nonostante l’influenza degli Iberici sugli Indios e Iberici, e la radicale trasformazione del sistema sociale, soprattutto nell’ultimo cinquantennio, numerosi gruppi di Indios hanno saputo conservare la propria identità, il loro modo di vita e i loro costumi, benché in modi diversi a seconda delle diverse province. Il mondo maya ha mantenuto parecchie delle peculiarità dei propri caratteri originari. Nonostante siano ormai quasi tutti cristianizzati, il loro credo religioso rappresenta un peculiare sincretismo tra l’originario politeismo e la religione importata dagli Spagnoli. Il mais, pianta sacra per i Maya, nell’antichità venne divinizzato, e tutt’oggi conserva una sorta di sacralità per gli Indios. Eric Thompson, che trascorse un paio di mesi tra loro, scrive a questo proposito:

“Prima di cominciare una delle fasi del suo lavoro, il Maya fa un’offerta agli dei custodi del suo campo. Le cerimonie con cui si apre la semina del granoturco presso i Maya Mopan del Belize meridionale illustrano bene l’atmosfera religiosa in cui vivono. La sera prima, convengono nella capanna del proprietario di un appezzamento di terreno gli amici che lo aiuteranno. Ad un capo dell’unica stanza la semente in sacchi è disposta su una tavola innanzi ad una croce. C’ è una zucca con del cacao misto a farina di granoturco, con alcune candele accese davanti e ai lati. Prima si incensa la semente con l’incenso di copale, poi si incensa l’intera capanna dentro e fuori. Gli uomini che sono giunti ciascuno con la propria amaca, vi si distendono e passano la notte a conversare e a fare della musica. A mezzanotte viene servita la cena. Talvolta il gruppo va in chiesa a pregare per un buon raccolto. Scopo della veglia è di garantirsi che il raccolto non venga compromesso dall’incontinenza di qualche membro del gruppo dei seminatori (i Mam, i Chorti, i Kekchi e altri gruppi maya osservano una stretta continenza anche per tredici giorni prima della semina) ”1.

Thompson partecipò ad una di queste riunioni e, proseguendo nel suo studio, aggiunge:

“All’alba il padrone del campo parte prima degli altri. Va al centro del suo campo, e dopo avere bruciato del copale, semina sette manciate di grano in forma di croce, orientata ai quattro punti cardinali; e recita la preghiera rituale:
Dio che sei il mio avo e la mia ava, Dio dei monti e delle valli, Dio santo ti faccio di tutto cuore la mia offerta. Sii paziente con me e con le mie azioni, mio vero Dio e Beata vergine. E’ indispensabile che tu mi renda in un bel raccolto tutta la semente che spargo qui dove ho il mio lavoro, il mio campo. Sorveglialo e proteggilo per me, che niente di male gli accada da quando semino a quando raccoglierò’
[…]Tipiche cerimonie agricole sono quelle in onore dei Chac [divinità della pioggia] che si tengono ancora oggi nei villaggi dello Yucatan per invocare la fine della siccità. Gli uomini vi partecipano tutti. Prima di tutto si porta l’acqua per preparare i cibi votivi. Dev’essere acqua vergine di un sacro cenote che le donne non avvicinano mai. Portata l’acqua nessuno deve ritornare a casa, perché se uno avesse contatti con una donna durante la cerimonia la pioggia non verrebbe più[…]Dopo due giorni di cerimonie preliminari lo sciamano all’alba del terzo giorno offre ai Chac e agli dei guardiani delle milpas tredici zucche lunghe e due zucche basse di balche[…]questi riti, si badi, non devono essere presi per altrettanti dati etnologici: sono espressione dell’importanza che hanno per i Maya il mais e gli dei che lo nutrono e dissetano”.2

Questo passo illumina sul fatto che, nonostante i vegetali commestibili portati dal Vecchio Mondo gli permettano di variare la loro dieta, i Maya fanno ancora nel mais l’80% del loro nutrimento.
I Maya se ne nutrono durante ogni pasto, per tutto l’anno, sicchè quando il raccolto va male, non hanno di che cibarsi. Ma questo passo è soprattutto esplicativo di quella forma di sincretismo su cui abbiamo già fatto qualche accenno: i Maya, sebbene quasi totalmente cristianizzati, compiono ancora riti in favore degli dei. Esemplare di quanto detto sono la persistente adorazione ed il profondo rispetto religioso per i Chac. La preghiera a Dio e alla Madonna e i riti arcaici danno l’idea di un popolo che non ha perso del tutto la sua antica identità, e che è riuscito a coniugare l’antico con il nuovo portato dagli Iberici. Un popolo che considera ancora il mais alla stregua di un dio, e che ha conservato la forte originaria spiritualità, tanto da seguire un periodo di continenza di tredici giorni prima della semina.
Il gruppo etnico maya, ancora sul posto, conta una popolazione pari a poco più di sei milioni di individui, suddivisi in parecchi gruppi consistenti, da Nord a Sud: negli Yucatechi, nei Chol del bacino dell’Usumacinta, nei Contali che si trovano nel delta del Tabasco ed un po’ anche nel Campeche. Poi vi sono i Tzotzil i Mam (300.000), i Tentali. I Quiquè, i Cakchiqueli e gli Zutuhili nelle altre terre del Guatemala e del Chiapas.
Ogni comunità costituisce una piccola società chiusa e fortemente gerarchizzata, dove pure non mancano spinte egualizzatrici, come per esempio l’usanza di fare elargire ai più ricchi delle somme in favore della comunità, in particolare in occasioni delle loro numerose feste. La chiusura e il ripiegamento in se stessi è meno forte nelle zona dello Yucatan; ove si è diffuso uno stile di vita iberico, sebbene la lingua maya sia ancora molto usata.
La maggior parte dei Maya vive ancora in capanne che hanno conservato la stessa struttura di quelle antiche. Secondo alcuni studiosi, essi sono normalmente pacifici, (ma possono diventare feroci se provocati), inclini all’alcol, (usanza risalente a dopo la conquista spagnola), di media intelligenza e di poca fantasia artistica. Quest’ultima la si può spiegare come una regressione causata dal crollo del periodo classico. Il maya yucateco è estremamente pulito, fa il bagno mattina e sera e sua moglie è una massaia meticolosa nella pulizia della casa. Intensamente religiosi, non si potrebbero definire superstiziosi.3
Dopo la conquista, i rapporti, tra Maya ed Europei si fecero molto ostili, soprattutto per colpa di questi ultimi, che sfruttarono intensamente gli Indios nelle loro vaste piantagioni. Verso la metà del diciottesimo secolo un altro evento contribuì ad inasprire ulteriormente i rapporti tra le due diverse etnie, e cioè il fenomeno del cacicchismo: un sistema di pressione amministrativa e politica nell’ambito del quale i cacicchi erano incaricati dai grandi proprietari di latifondi di spremere con imposte e tasse i peones ed i contadini. La loro tirannia provocò diverse rivolte, che divennero a volte delle ferocie battaglie, capaci di devastare il popolo e il territorio per parecchi decenni.
Michael Coe afferma che:

“Nonostante la loro apparente docilità, i Maya sono gli indiani più tenaci della Mesoamerica, e la lotta contro la civiltà da allora non ha mai avuto fine. Nel 1847, e ancora nel 1860, i Maya yucatechi si sollevarono contro i loro oppressori bianchi, per la prima volta giungendo vicinissimi alla liberazione dell’intera penisola. Ancora nel 1910 i capi indipendenti del Quintana Roo erano in continua ribellione contro il regime dittatoriale di Porfirio Diaz, e soltanto negli ultimi decenni questi abitanti di remoti villaggi maya si sono rassegnati ad accettare il governo del Messico. Al pari di essi si sono sollevati ripetutamente, in particolare nel 1812 e nel 1868, gli Tzeltal del Chiapas altopianale[…].4

La situazione migliorò dopo il 1930 con la riforma agraria che sanciva la soppressione dei latifondi. Tale iniziativa risorse una delle maggiori piaghe dei Maya di oggi, e cioè il massacrante sfruttamento nelle piantagioni di henequen, (agave rigida), una specie di sisal. I rapporti allora migliorarono e divennero meno tesi, talchè si potè attuare una politica di riassorbimento della popolazione nei programmi di industrializzazione e di modernizzazione. Tuttavia, nonostante gli sforzi del potere centrale, alcune tribù irriducibili si rifiutarono di abbandonare i propri usi e costumi ancestrali, arrivando anche a rifiutare qualsiasi tipo di contributo nazionale al loro sviluppo. La più famosa di queste tribù è quella dei Lacandoni, un minuscolo gruppo, ormai quasi del tutto estinto, che conta una popolazione di poco più di 300 persone.5 Il conflitto comunque non è tutt’ora finito: il popolo maya vive fondamentalmente in uno stato di sfruttamento, e non vuole piegarsi alla cultura occidentale, volendo anzi conservare una propria identità culturale. Magda Wimmer afferma che: “i conquistatori incominciarono ad inculcare nei popoli indigeni la loro cultura del profitto e delle norme, poiché credevano di potere condurre una vita ideale se si fossero diligentemente adoperati a cambiare l’ambiente straniero e i suoi nativi. Ciò costituì il fattore scatenante del conflitto culturale, che dura da 500 anni”.6 Un conflitto quindi che non è solo economico ma anche culturale, elementi strettamente correlati tra loro. Proprio come esempio di questa difesa di identità degli indios, Magda Wimmer riporta alcuni brani di protesta dei nativi d’America, come quello di Gene Keluche che dice:

La cultura occidentale ci vuole costringere a seguire un determinato piano e a procedere secondo qualche schema. Questa è una cosa insensata! E’ perfettamente lecito non fare nulla, benché in tal modo gli Occidentali si arrabbiano, credendoci indifferenti a tutto! ”.7

Un altro esempio di difesa delle proprie tradizioni è dato da Corn Tassel, rappresentante dei Cherokee, che nel 1785 scrisse:

Voi dite: perché gli indiani non coltivano la Terra e vivono come noi? Noi abbiamo, da parte nostra, lo stesso diritto di rispondere: perché i bianchi non vanno a caccia e non vivono come noi?” .

Allo stesso fine si muovono le parole dell’anziano dei Guajiero, Columbia, che afferma:

La resistenza indigena fu maggiormente di natura culturale che fisica. Le indigene preferiscono difendersi con astuzia, piuttosto di cercare un confronto aperto. Anche le donne, perciò, furono addirittura predestinate ad essere in prima linea e divennero “custodi della cultura.[...]Il paese significa identità passata, presente e futura. La terra è, in senso letterale e in senso figurato, la casa degli antenati, che diedero vita alle odierne generazioni; perciò, essi devono essere venerati con i riti e le usanze della tradizione[…]”.8

Un ruolo importante nell’impegno e nella salvaguardia del patrimonio culturale e dell’identità degli indios lo ha svolto e lo svolge tutt’ora Rigoberta Menchù Tum, premio Nobel per la pace nel 1992. Essa è ambasciatrice di buona volontà dell’UNESCO per una cultura della pace, e si è prodigata per una lotta pacifica in difesa delle proprie tradizioni. Rigogerta Menchù Tum nell’introduzione al libro di Magda Wimmer, scrive:

Noi siamo esortati a portare un contributo ad una cultura della pace. Noi siamo esortati a non dimenticare mai i vecchi del passato. Noi siamo esortati a rendere giustizia e dignità a coloro che hanno bagnato con il loro sangue la nostra madre Terra”.

A tal proposito, Patrizia Bertolotti, ritiene che:

“I Maya sono, in realtà, una popolazione ancora viva e rigogliosa,[…]i cui capi vengono spesso perseguitati e incarcerati, come è successo [alla sopraccitata] Rigoberta Menchù, ma che continua a mantenere vive le proprie tradizioni, e ora vuole incorporarle al presente e trovare loro un posto nel futuro. La rinascita di questa cultura coincide con il massacro di Tlatelolco, avvenuto nel 1968. In quell’occasione l’esercito messicano sparò senza pietà su una folla di migliaia di manifestanti: tra di loro studenti, lavoratori e indigeni. Da allora, in modo quasi clandestino al principio, i capi spirituali dei nativi cominciarono lentamente a recuperare le conoscenze dei loro popoli e rivendicarono l’orgoglio di essere ciò che erano. Si organizzarono politicamente e il governo non potè fare altro che ascoltare le loro rivendicazioni[…]Il popolo Maya ha avuto sin dal principio un ruolo attivo nella lotta indigena. Dopo il massacro di Tlatelolco9 questo popolo fondò il Consiglio degli Anziani Maya, che continua ancora oggi a portare avanti il proprio messaggio di tolleranza e di recupero delle tradizioni”10.

Un popolo, quindi, con un grande senso storico, che sa che perdere la tradizione significa perdere la propria identità; un popolo che non si è fatto piegare da 500 anni di violenza, e che gelosamente si è conservato agli attacchi culturali degli occidentali. I Maya sono alla ricerca della loro sapienza, del significato del loro calendario; gli anziani cercano di mantenere il senso storico, e, pur non rifiutando qualsiasi apertura alla cultura occidentale, ma anzi sempre propensi al dialogo e al cercare di capire e di farsi capire, educano i loro giovani a non obliare il passato, a credere e a rispettare il proprio patrimonio culturale. Chiarificante della voglia di fare di questo popolo è un’intervista fatta a due membri del Consiglio degli Anziani Maya che visitata la Spagna, hanno risposto alle domande della rivista iberica Màs Allà. Ci piace riportare parte dell’intervista a conclusione di questo paragrafo.


    1. Voi affermate che portate la sapienza maya in Spagna è parte del vostro destino. Ma non provate rancore verso gli spagnoli?

R) Nella cultura maya pratichiamo quello che comunemente viene detto “io sono te e tu sei me”. Ciò che accadde con gli Spagnoli fu molto triste, ma se i loro conquistatori avessero davvero compreso la cultura maya, sarebbero ancora al potere. Fu il fenomeno di un’epoca: questi spagnoli provenivano da una società malata. Per i Maya la sapienza non è un possedimento, ma un dono del Datore, e il nostro dovere è condividerla. Per questo siamo qui. E il nostro contributo all’elevazione della coscienza dell’umanità e del Pianeta.


D) Come si arriva a diventare guardiani della tradizione maya ?

R) Un guardiano non è uno sciamano, ma un rappresentante del Consiglio degli Anziani e dei Sacerdoti Maya del Messico e del Guatemala. Anche se gli storici lo negano, la conoscenza dei Maya non è stata completamente rivelata. Noi apparteniamo alla tradizione e l’autorità ci viene conferita da un maestro alla nona mezzanotte, dopo che siamo stati tra i tre e dieci anni suoi apprendisti e abbiamo imparato tutto ciò che sa. Il Consiglio conserva tutto ciò che fa parte della nostra cultura e cerca il modo migliore per tramandarlo alle generazioni future.


D) La tradizione gode di buona salute tra i Maya moderni o essi hanno dimenticato i loro antenati per sempre?

R) Gli interessati alla tradizione sono una minoranza. Abbiamo firmato il Consiglio per preservare ciò che sappiamo in un tempo in cui i nostri fratelli non sono interessati. Questa è la conseguenza di 600 anni di colonialismo che ancora continua, una terribile invasione che ha modificato le nostre credenze. Nel passato il popolo maya aveva raggiunto una conoscenza profonda che non venne compresa dall’umanità. Ma le cose sono cambiate, questa umanità si è evoluta e cerca ciò che i Maya già conoscono. Nulla succede per caso e stiamo assistendo a un nuovo ciclo.11

Convinti che vi sarà, come prevede il loro calendario, una nuova glaciazione, i Maya spiegano l’abbandono degli antichi centri religiosi come conseguenza di una perdita di magnetismo favorevole. Infatti, le posizioni delle piramidi nascevano in base a calcoli planetari ben precisi. Tali calcoli permettevano di decidere di innalzare una città se il magnetismo era favorevole o di abbandonarla se diveniva funesto: Per questo i centri maya sono abbandonati e ricostruiti diverse volte”. Non credono alla profezia del 2012, infatti sostengono che: “Per i Maya quella profezia del 2012 non esiste. Si tratta di una creazione dello studioso Eric Thompson, che arrivò a quella conclusione dopo aver visitato i luoghi maya di potere. Ma noi, gli anziani, non la riconosciamo”.12
Noi, a difesa di Eric Thompson, possiamo dire che questa data, indicante la fine di un ciclo e l’inizio di uno nuovo, l’abbiamo ritrovata in tutti i testi consultati, anche nei più moderni e anche Magda Wimmer, molto vicina ai Maya,13 e la cui introduzione del suo libro è scritta da Rigoberta Menchù, è d’accordo con Thompson. Rimasti in non più di 6 milioni, i Maya parlano ancora la loro lingua. Oggi, grazie a molte importanti personalità come Rigoberta Menchù, Hunbatz Man, Pedro Pablo, Chuc Pech, il processo di riscoperta delle tradizioni è cominciato, ed è portato avanti nonostante le tante difficoltà date sia dalle conoscenze lacunose, che da una politica governativa inefficace ed inadatta.14
Un esempio di resistenza culturale: i Lacandoni del
Chiapas
Nonostante siano ormai assai poco numerosi e in via di estinzione, i Lacandoni hanno attirato l’interesse di etnologi ed antropologi per via del loro stile di vita ancora conforme agli usi e costumi dell’antichità. Vero fossile vivente, il popolo Lacandone continua a parlare il maya classico, e non usa il Tzetal diffuso invece nei dintorni. I Lacandoni, che hanno conservato una religione politeista, fino agli anni ’70 vivevano totalmente in disparte, dispersi in piccoli gruppi situati su un territorio di circa 10.000 chilometri quadrati. Vivono in non più di una decina di villaggi, formati da capanne talvolta prive di pareti a causa del clima caldo e soffocante della zona.
Il loro territorio, scrive Paul Gendrop,15 si estende su una superficie che va dal Messico al Guatemala, dall’Usumacinta al Jatatè. Si tratta di un territorio montuoso, aspro, coperto dalla giungla, umido, attraversato da qualche corso d’acqua e punteggiato da lagune. Molti antropologi ed etnologi negli anni trenta si sono dedicati allo studio di questa minuscola comunità, assai interessante perché in essa sopravvivevano molti tratti del passato. Lo studioso che più si è distinto nello studio di questa cultura fu Jacques Soustelle, oltre che Alfred M. Tozzer, Frans Blom, Gertrude Duby, Eric Thompson, ecc. I Lacandoni riescono a vivere giorno dopo giorno, anno dopo anno, senza ricevere nulla dall’esterno. Coltivano per il proprio sostentamento il mais, la manioca, la patata dolce, il peperone, il fagiolo, il pomodoro. 
danno la caccia agli uccelli della foresta, alle scimmie, al tapiro e al maiale selvatico: i loro archi sono costruiti con legno di guaiaco, canne, selce, e piume di pappagallo che si producono sempre da sé. Costruiscono le loro case e i loro templi con rami e foglie. Coltivano anche il cotone, con cui poi le donne grazie alla tessitura confezionano indumenti, ed anche il tabacco da cui ricavono, arrotolando le foglie secche, dei grossi sigari. Abbattono grossi tronchi di mogano da cui costruiscono le proprie piroghe scavandoli. Tutto quello che hanno, dal nutrimento allo svago, dalle armi al divertimento, viene ricavato dalla terra, e quindi lavorato, costruito, o tessuto dalle loro mani.16
I Lacandoni ottengono la loro bevanda rituale facendo fermentare la scorza di balche con il mais; ottengono i colori delle proprie vesti solo da fibre vegetali o animali; usano delle piume multicolori per decorare e ornare i capelli, utilizzano fibre che intrecciano per costruirsi corde, reti e amache. Impiegano le zucche come recipienti mentre dalle canne ottengono flauti che usano sia per svago sia nelle cerimonie sacre.17
L’isolamento dei Lacandoni si è affievolito solo negli ultimi 40 anni, permettendo loro in tal modo di conservare la propria autonomia culturale. Essi hanno adottato il machete di acciaio, sciabola molto più adatta per aprirsi un varco nella giungla della loro tradizionale ascia di pietra. Arrostiscono le scimmie, per cibarsene, con tutto il pelo e la pelle. Queste vengono cacciate con archi e frecce dentate, rigorosamente tenute lontane dalle donne, poiché un semplice contatto basterebbe a toglierne tutta l’efficacia.18
Prevalentemente agricoltore, il Lacandone coltiva il mais, e integra la sua dieta con la selvaggina e con la pesca. Rimasti politeisti, una loro divinità, il dio della pioggia, prende il nome di Metsaboc. Questo dio ha un aspetto più temibile che benefico, e ciò perché le piogge, essendo quasi quotidiane, possono essere letali per il loro raccolto. Come scrivono Jacques e Georgette Soustelle

“il loro santuario non è altro che una caverna poco profonda che si apre, quasi a livello di un lago, ai piedi di rocce coperti da glifi rupestri, disegni misteriosi che evocano quelli tracciati, sette o ottomila anni fa, nel cuore del Sahara, sulle muraglie dei camminamenti di Tassili di Ajjer. I Lacandoni li considerano opera della divinità. Nella grotta moltissimi turiboli, e masse di gomma di coppale bruciate come incenso, oltre a crani umani, indubbiamente quelli dei Caribi [altro nome dato ai Lacandoni], ai quali i parenti hanno dato quest’ultima sepoltura”.1
Gli etnologi hanno potuto inoltre osservare la tecnica assolutamente arcaica di accensione del fuoco, mantenuto vivo giorno e notte nelle capanne affumicate. Il fuoco viene acceso facendo girare tra i palmi delle mani un organetto di legno duro, la cui punta entra nella cavità di un secondo pezzo di legno duro, tenuto fermo con i piedi; il riscaldamento dato dallo sfregamento  accende lo stoppino di cotone sistemato vicino alla cavità. Prima però di potere accendere il fuoco bisogna rivolgersi al dio di questo elemento, K’ ak’.
Prima della coltivazione, invece, va implorato il dio della foresta e poi quello del sole, che prende il nome di K’in. L’osservazione dei riti, delle cerimonie, delle feste e delle credenze per i Lacandoni è di notevole importanza, poichè permette la ricostruzione della religione dei Maya del primo millennio, riguardo alla quale abbiamo tutt’ora molte lacune. Tale religione sembra sia stata caratterizzata da un dualismo: i medesimi dèi possono essere sia malevoli che benevoli, in quanto ognuno di loro poteva manifestarsi sia favorevole che nefasto. Gli dèi abitavano il cielo, la terra e le montagne sotterranee, infatti le grotte o gli anfratti cavernosi hanno da sempre esercitato sui Maya un fascino particolare. Jacques Soustelle ha constatato che in queste grotte vi sono delle ceramiche antiche di più pregiata fattura di quelle di oggi, circostanza che gli ha fatto pensare che un tempo la popolazione dovesse essere molto più evoluta di quella di oggi. Alcuni centri cerimoniali sono rimasti tutt’ora centri religiosi: è il caso del centro di Yaxchilan, ove, ogni anno, i Lacandoni si dirigono in processione carichi di turiboli e di resina di coppale pom. Essi depongono le loro offerte e i loro vasi rituali davanti agli architravi scolpiti, ai piedi delle statue, sui gradini dei palazzi e dei templi semidiroccati, bruciano l’incenso e cantano preghiere.
I Lacandoni non fanno alcuna differenza tra le caverne del dio Metsaboc e questi edifici che, per essi, infatti, rappresentano entrambi delle costruzioni in pietra dal valore sacro. Prima di iniziare un pellegrinaggio, i Lacandoni, o Caribi, compiono un periodo di digiuno e di castità della durata di quaranta giorni.
I Lacandoni immaginano gli dèi simili agli uomini, che, quindi sono poligami come i loro capi. Hanno un paradiso, dopo la loro morte, fatto di belle foreste senza cespugli e giaguari, ricche di selvaggina e con mais in grande quantità.

Il mayanista Paul Arnold sostiene che dopo la morte

“le anime degli adulti, contrariamente a quelli dei piccoli, non lasciano subito la dimora. Restano vicine alla loro famiglia e continuano la loro vita come se nulla fosse cambiato e senza quasi infastidire i vivi. Questo può durare fino ad un limite massimo di 80 giorni. E prendono coscienza del loro stato non prima del terzo giorno, soprattutto quando la famiglia veglia e accende ceri per pregare con loro. Una parte delle credenze miste maya-tolteche ha, inoltre alterato la fede dei Lacandoni: il cuore spirituale ascende al cielo dal dio principale, salvo i cattivi che rimangono a soffrire nel Mitnal (o Metal), l’inferno dei Toltechi Aztechi20.”

Di natura quieta, sobria e buona, il Lacandone di tanto in tanto combatte conflitti brutali con gli altri clan o con gli altri uomini, e capita che si rapiscono le donne, cosa questa che porta alla violenza e talvolta all’omicidio.
Le donne indossano delle lunghe tuniche e semplici collane di semi; gli uomini, invece, portano una piuma che gli attraversa la parete nasale, capelli lunghi e in disordine, e camminano a piedi nudi fumando spesso un grosso sigaro.
Ogni clan, (in tutto una decina), pensa di provenire e discendere da un animale–patrono come la scimmia, il maiale selvatico, il giaguaro, il fagiano, ecc. Un Lacandone sposa generalmente una donna del suo stesso clan, ma, se non vi riesce, parte in spedizione per rubarne una a qualche altro clan; cosa questa che provoca episodi molto violenti, i quali, come abbiamo detto su, possono sfociare in uccisioni per vendetta. Il Lacandone, quindi una volta poteva sposare o una donna del proprio clan o rubarne una ad un altro clan, era comunque impensabile sposare una donna tzeltal. Oggi ciò non avviene più.
Le indagini storiche indicano che, quando gli spagnoli arrivarono in Messico, alcune popolazioni maya preferirono evitare il confronto e si ritirarono nella foresta. Via via che i conquistadores procedevano, i Lacandoni si ritirarono sempre più verso l’interno, fin dove gli europei non osarono seguirli, perché spaventati dalla malaria e soprattutto perché poco attratti da un popolo fuggiasco che doveva possedere ben pochi tesori. Questa ricostruzione storica è confermata in parte dal fatto che i Lacandoni di oggi conservano una tradizione per molti aspetti simile a quella dei Maya del periodo classico. I Lacandoni, per esempio, chiamano se stessi Halach uinìk, “i veri uomini”: espressione questa usata dalle caste sacerdotali di 1500 anni fa.21 Ruolo fondamentale nella spiritualità di questo popolo lo riveste lo sciamanesimo e la divinazione, certamente di origine maya. Come i loro antenati, i Lacandoni leggono il futuro nei sogni. Il destino predetto può essere comunque modificato dagli uomini e per questo motivo l’interpretazione dei sogni riveste un ruolo cruciale per il popolo della foresta. Il sogno riveste un così importante ruolo per la visione del futuro che i Lacandoni si augurano la buonanotte dicendo “dormi bene” e poi “fai attenzione a quello che sogni”. Al mattino gli studiosi sentono i Lacandoni rivolgersi insistentemente la stessa domanda: “che sogno hai fatto?”22.
Capire il sogno è, però, un compito non facile. Infatti, ha osservato l’etnologo Robert Bruce, studioso che ha vissuto per anni con questo popolo, che per i Lacandoni i sogni sono una specie di bugia. In pratica, pre-dicono il futuro, ma non dicono sempre la verità. Spesso, anzi, vanno interpre-tati al contrario. Ad esempio, so-gnare molto mais può indicare che il raccolto sarà scarso. Mentre sognare un ani-male piccolo può significare che se ne incontrerà uno molto grande.
L’acqua sta, invece, ad indicare che qualcuno morirà, perché essa simboleggia le lacrime versate dai parenti. Infine, sognare un’eclisse, predice, anch’esso, un lutto. Ciò perché per i Lacandoni, come per i Maya, questa era finirà con l’oscuramento del sole, e per estensione, sognare l’astro oscurato, significa che presto un parente lascerà il mondo dei vivi.23
Le somiglianze tra la tradizione dei Maya classici e la tradizione lacandone sono evidenti nella religione e nei riti sacri. Con poche differenze il mito cosmogonico delle origini è rimasto lo stesso: Hunab Ku è il creatore del mondo, del sole e della pietra di giada, da cui sono pio nati tutti gli dei. Itzamna ha poi reso ospitale la terra ricoprendola di foreste e animali, e la moglie (Ixquel) ha creato, con il suo aiuto, gli uomini e le donne da un impasto di mais.24 Non si praticano più sacrifici umani, i quali sono stati sostituiti da offerte di cibo o di animali. È rimasto però il rito di bruciare incenso, il quale salendo in cielo si trasforma in tortilla di mais per le divinità. È rimasto anche l’uso, durante le cerimonie, di bere balché. Questa bevanda viene ottenuta dalla fermentazione di una base di mais con zucchero e con corteccia. Il tutto viene preparato all’interno di canoe usate solo per tale scopo. Molte cerimonie si svolgono tutt’ora in alcuni antichi centri sacri maya. Come gia detto, ogni anno si recano a Yaxchilan, dai Lacandoni considerata la dimora terrena di Itzamna. Il dio della pioggia dei Lacandoni è Metsaboc. Il suo nome significa “colui che fa la polvere”. Essere quadruplice, come i Chaci dei Maya classici. Deve il suo nome al fatto che, secondo il credo lacandone, esso sparge sulle nuvole una polvere di colore scuro, facendo diventare le nuvole nere e piene di pioggia. Il dio della pioggia è anche colui che forma i tuoni e i fulmini.
Il tempo e la storia hanno introdotto anche nuove divinità. Come Akyanthò, un dio degli stranieri e del commercio con la pelle bianca, indossante un cappello e armato di pistola. Fortemente politeisti, sono stati vani i tentativi di cristianizzarli, anche se oggi adorano una divinità dal nome HesuKlistos, il quale rimane però una divinità minore.25I Lacandoni di oggi mancano di uno sciamano. Figura di fondamentale importanza in quanto ricopre per loro il ruolo di guida spirituale, oltre che essere mezzo reale di congiunzione della terra con il cielo e con l’infrarregno. L’ultimo sciamano è morto il 23 dicembre del 1996 e ancora i Lacandoni non sono riusciti a sostituirlo.28 Chan K’in, l’ultimo sciamano lacandone, le cui battaglie hanno fatto sì che il suo popolo potesse continuare a vivere secondo le antiche tradizioni all’interno di una zona protetta, negli ultimi anni della sua vita ripeteva che sapeva che il giorno dello xu-tan, il giorno ultimo, era ormai prossimo. In questo giorno le divinità concluderanno questo ciclo del mondo e, secondo lo sciamano, la terra diverrà secca, la luna diverrà rossa e i giaguari e i coccodrilli, nella notte, mangeranno gli uomini e le donne. Lo sciamano affermava che suo nonno gli aveva detto che questo giorno era ancora lontano, mentre suo padre, gli aveva confidato, che non era ancora vicino. Ma lo sciamano affermava che gli dei gli avevano detto che lo xu-tan sta per arrivare. Questa visione apocalittica la spieghiamo con il fatto che, come afferma Didier Boremanse, etnologo dell’Università della Valle in Città del Messico, “per un popolo la cui mitologia descrive la terra abitata dagli uomini come un luogo ricoperto dalla foresta, la deforestazione equivale alla distruzione del mondo”.29
Circa l’origine dei Lacandoni, Eric Thompson ritiene, in un suo studio del 1938, che siano discendenti di emigrati della penisola dello Yucatan30; Soustelle non si trova d’accordo, e sfuma un poco questa affermazione, notando che si trovano tre tipi diversi di fisici in questo gruppo etnico residuo: un tipo dal lungo naso convesso e dagli zigomi alti, che ricorda quello che si osserva nei bassorilievi di Yaxchilan e negli affreschi di Bonapak, (due località che si trovano nel territorio dei Lacandoni); un secondo tipo dal naso piccolo e sottile e dalle labbra fini; e infine un terzo, dal viso piatto e con il naso molto schiacciato, che somiglia a dei prigionieri rappresentati nella stelle numero 40 di Pietras Negras. Non si è riusciti a stabilire se questi prigionieri siano dei Maya e se abbiano fatto progenie e discendenza in terra lacandone. J. Soustelle conclude quindi che i Lacandoni “sono essenzialmente discendenti della classe inferiore della
società maya civilizzata, ma che altri elementi indigeni sono venuti nel corso dei secoli a sovrapporsi ed a mescolarsi a quell’antico substrato”.
31

Ogni uomo ha un proprio animale guida. I Lacandoni di oggi vestono molto più semplicemente dei Maya classici e non usano più acconciarsi i capelli.26 Il “mondo civile” minaccia sempre più fortemente questo popolo. I contadini messicani infatti invadono il loro territorio che sfruttano con un’agricoltura intensiva. Impoverendo, conseguentemente, il loro suolo. Minacciati prima dagli spagnoli in cerca di oro, oggi invece sono minacciate dalle compagnie di legname che hanno strappato e distrutto ettari ed ettari di foresta per ottenere il pregiato legno di mogano. Infine le compagnie petrolifere hanno iniziato a cercare l’oro nero nelle loro foreste. Ciò ha comportato la perdita, nell’ultimo mezzo secolo, dell’80-90% della foresta lacandone.27Lo studioso Jeremi Marret pensa che i Lacandoni siano antenati di servi della gleba che lavoravano per padroni che fecero costruire Bonampak nel 700 d.c.32
Herbert Wilhelmy, nel suo Welt und Umvelt der Maya afferma che
non è ancora del tutto chiaro il ceppo di appartenenza dei Lacandoni. Li si annovera tra i Maya Chol[…], presumibilmente sono originari del Campeche e dello Yucatan, e si sono stabiliti nella foresta pluviale del sud un momento non definito (all’inizio della conquista?)”.33
Essi comunque, come già detto, parlano tutti la lingua maya in uso nello Yucatan.

1 Eric Thompson, op. cit., pagg. 291-292.
2 Ibidem, pagg. 292-294.
3 Ibidem, passim.
4 Michael D. Coe, op. cit, pag.155
5 Guy Annequin, op. cit., pag. 119.
6 Magda Wimmer, op. cit., pag. 244.
7 Ibidem, pag. 245.
8 Ibidem, pag. 7.
9 In tale conflitto perse la vita il Leader spirituale Regina, la quale, designata alla sapienza antica, venne educata in Tibet con la missione di risvegliare il “paese delle aquile“ (Messico), la grande Tenochtitlan.
10 “Hera, Civiltà scomparse, Misteri archeologici”, Hera Edizioni, mensile n. 57, Anno V, Roma Ottobrfe 2004, Articolo di Massimo Nardi, Il risveglio dei maya e la profezia del 2012., pag. 84.
11 Ibidem.
12 Ibidem.
13 Magda Wimmer, I Maya, Tessitori del tempo, giocolieri dell’universo, Newton e Compton Editori, Roma, Dicembre 2003. Titolo originale: Die Maya. Il suo libro è un viaggio alla riscoperta della sapienza, in parte perduta, dei Maya. Una testimonianza della ricchezza culturale di questo popolo anche se trattato in maniera un po’ idealizzato. Il fatto che anche questa mayanista, che spiega passo passo il significato recondito di ogni simbolo maya, accetti la data del 2012 come segnante il passaggio tra il vecchio è il nuovo ciclo, è indicativo del fatto che Thompson e praticamente tutti gli altri studiosi non hanno avanzato una teoria errata.
14 Cfr. pag. 20, Adrian Gilbert - Maurice M. Cotterell, Le profezie dei Maya, Corbaccio, Milano, Giugno 2000. 1.a. ed. Mandala. Titolo originale: The Maya Prophecies. Il generale clima di soverchiamente verso gli indios ha comportato nel 1994 un’altra rivolta scoppiata nello stato del Chiapas. La città di Cristobal de las Casas è stata occupata dai guerrieri “zapatisti”, così chiamati in onore del loro eroe messicano Emiliano Zapatero, uomo che si è contraddistinto per le sue lotte per la libertà. Vi sono state molte vittime e l’insurrezione è stata repressa con molte difficoltà. La popolazione che ha scatenato la rivolta era composta da maya cholan, un tempo appartenenti ad una delle più raffinate civiltà pre-colombiane.
15 Paul Gendrop, op.cit., pag. 27
16 Cfr. Guy Annequin, op. cit., pagg. 119-130.
17 Ibidem.
18 Ibidem.
19 Ibidem, pag. 124.
20 Paul Arnold, op. cit., pag. 34.
21 “Focus Storia”, Numero Speciale n. 2, Mondadori, Milano 2005, Articolo di Margherita Fronte, I Maya siamo noi, cit., pagg. 87-88.

22 Ibidem.
23 Ibidem.
24 Ibidem, pag 89.
25 Ibidem.
26 Ibidem, pag. 90.
27 Ibidem, pag. 91.
28 Ibidem.
29 Ibidem.
30 Guy Annequin, op cit., pagg. 129-130.
31 Ibidem, pag. 130.
32 I Popoli della Terra, Messico e America centrale, cit., pagg. 85-89.

33 Herbert Wilhelmi, op. cit., pagg. 605-606.

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