giovedì 31 maggio 2012

Cartesio


Cartesio nasce il 31 Marzo 1596 in Turenna. La sua prima opera risale al 31 Dicembre 1619, quando offre all’amico Beeckam il Compendium musicae. Di fondamentale importanza per la sua futura produzione sono tre sogni rivelatori di una scienza mirabile, che compie tra il 10 – 11 Novembre del 1619, dopo un breve soggiorno in Danimarca e Francoforte. Del 1627 – 1628 è la stesura delle Regulae ad durectionem ingenii e, molto probabilmente, della Ricerca della verità. Nel 1630 inizia il Mondo, che a seguito della condanna di Galilei, lascia incompiuto. Del 1637 è il Discorso sul metodo con i Saggi (Diottrica, Meteore e Geometria); del 1641 sono le Meditationes de prima philosophia; del 1644 è il Principia philosophiae e, infine, del 1649 sono Le passioni dell’anima. Cartesio muore a Stoccolma l’11 Febbraio 1650.
Il 10 Novembre del 1619 è una data di notevole importanza nella vita intellettuale di Cartesio; ed, infatti, è in questo giorno che ha una rivoluzionaria intuizione che lo porterà a concepire, non solo la costruzione di tutta la geometria con un unico metodo, ma anche di tutto quanto il sapere secondo catene di ragioni che hanno la stessa struttura del metodo matematico.
Si fa ben chiara nella mente di Cartesio la possibilità di costruire un nuovo sapere tramite un rinnovamento culturale. Un primo segnale in tal senso si ha nelle Regole per la guida dell’intelligenza (tra il 1627-1628), le cui dottrine verranno in seguito sviluppate nel Discorso sul metodo. Nelle regole si focalizza l'attenzione sul valore primario dell’evidenza, il cui corollario è che “ogni scienza è conoscenza certa ed evidente”.
L’evidenza si raggiunge per mezzo dell’intuito, atto con cui si coglie la realtà, e a cui segue la deduzione. Dall'intuito si genera il concetto che esclude ogni dubbio perché è caratterizzato dall'evidenza. All’intuito o evidenza in atto si aggiunge la deduzione, e cioè la connessione tra le nature semplici, ovvero tra le conoscenze intuitive, tutte chiare e distinte. Nelle Regole altro principio di fondamentale importanza è l’enumerazione ordinata. L'unione di queste regole costituisce il metodo. A riguardo del metodo Cartesio scrive: “Per metodo intendo delle regole certe e facili osservando le quali fedelmente non si supporrà mai come vero ciò che è falso, e senza inutili sforzi da parte della mente, ma con graduale continuo progresso della scienza, si perverrà alla vera conoscenza di tutte le cose di cui si è capaci”.
La Dottrina sul metodo è l'opera che segna una frattura netta con la cultura accademica precedente e che avrà tanta importanza nell'affermazione della nuova concezione di scienza. È la prima opera del nostro studioso pubblicata in lingua francese ed in forma anonima. L'argomento del saggio è chiarito dallo stesso Cartesio:
Se questo discorso sembra troppo lungo per essere letto tutto in una volta, lo si potrà dividere in sei parti. E si troveranno, nella prima, diverse considerazioni sulle scienze. Nella seconda, le principali regole del metodo che l’autore ha cercato. Nella terza, qualche regola della morale ch’egli ha tratto da questo metodo. Nella quarta, gli argomenti con i quali prova l’esistenza di Dio e dell’anima dell’uomo, che sono i fondamenti della sua metafisica. Nella quinta, la serie delle questioni di fisica che ha esaminato, in particolare la spiegazione del movimento del cuore e di qualche altra difficoltà della medicina e, ancora, la differenza tra l’anima nostra e quella dei bruti. Nell’ultima, le cose ch’egli crede siano richieste per andare avanti nello studio della natura più di quanto si è fatto, e i motivi che lo hanno indotto a scrivere”.
Nel Metodo viene chiarita la natura delle verità eterne, che insieme alle verità matematiche, sono sancite da Dio, il quale le avrebbe potuto creare in maniera diversa. Cartesio afferma che queste verità sono in noi innate perché impresse nelle menti da Dio che le ha create.
Cartesio preferì non pubblicare Il Trattato della luce o il Mondo a seguito della condanna di Galilei, in quanto anch’egli era sostenitore della teoria eliocentrica, anzi Cartesio afferma che se tale teoria risultasse falsa cadrebbe tutto il suo sistema filosofico.
Gli argomenti portanti del Mondo e del trattato L'uomo, che al Mondo seguiva, sono ormai così chiaramente definiti da tornare con insistenza in tutte le sue opere posteriori.
Cartesio rifiuta la validità e la veridicità della concezione fisica aristotelico – tolemaica per presentare un nuovo sistema fisico, che finge di immaginare ipotetico per non cadere nella censura ecclesiastica. Tale sistema ipotetico viene tracciato nel trattato Il Mondo, in cui Cartesio afferma di far finta che Dio abbia creato una materia senza nessuna delle qualità tradizionali aristoteliche, bensì come pura estensione. Alla materia Dio ha dotato il movimento. Questo è retto da tre leggi che il nostro filosofo dice di intuire dall’idea dell’immutabilità divina. Esse sono:
  1. ogni parte della materia conserva sempre lo stesso stato fino a quando le altre urtandola non la costringono a cambiarlo;
  2. quando un corpo ne spinge un altro non può trasmettere o sottrarre a esso alcun movimento senza perderne o acquistarne nello stesso tempo una certa quantità;
  3. quando un corpo si muove tende sempre a continuare il suo movimento in linea retta.
Cartesio è, pertanto, il primo scienziato ad aver enunciato in maniera chiara la legge di inerzia. Inoltre, viene chiarito un aspetto fondamentale del movimento, ossia che esso è uno stato, e non una qualità o un processo.
Cartesio, inoltre, afferma come sia possibile la costituzione di un cosmo identico al nostro senza il bisogno di ricorrere all'azione creatrice di Dio. Bisogna, invece, ricorrere al solo movimento, che, mediante le leggi meccaniche che lo regolano, separa la primordiale materia uniforme nei tre elementi fondamentali di fuoco, aria e terra, la cui diversità è data solo dal numero e dal movimento delle particelle di materia. Appare, pertanto, chiara la negazione della tradizionale distinzione tra fisica celeste e terrestre; anzi, viene affermato che unica ed uguale è la materia che costituisce i cieli e la terra, che identiche sono le leggi di movimento per tutti i corpi e che il Sole è al centro del sistema e tutti gli altri pianeti vi girano attorno.
Al trattato del Mondo segue quello dell’Uomo. Qui viene affermato che l'uomo, essendo simile ad una macchina, soggiace, nelle sue funzioni vitali, alle stesse regole meccaniche che reggono una macchina, come per esempio un orologio o un automa. I nervi dell’uomo e degli animali vengono visti come condotti o tubi delle macchine idrauliche. Lo stimolo sensibile giunge al cervello mediante dei filamenti. Questi filamenti operano come se fossero dei tiranti, che all'occorrenza aprono alcuni pori del cervello per fare passare gli spiriti fatti di materia sottilissima. Questi spiriti raggiungono i nervi (del tutto simili ai tubi delle macchine) e provocano meccanicamente il movimento dei muscoli. Al centro del cervello si ha una ghiandola (ghiandola pineale o conarium). In tale ghiandola giungono, dai sensi esterni, gli stimoli degli oggetti, che si imprimono in essa. La ghiandola diviene sede dell’immaginazione e del senso comune. Dalla ghiandola attraverso altri tubi escono gli spiriti che provocano il meccanico movimento dei muscoli. L’anima razionale si aggiunge all’uomo – macchina per portarvi il pensiero e il conarium diviene luogo di incontro tra due realtà assolutamente diverse: res cogitans (spirito) e res extensa (materia).
Nel Discorso sul metodo Cartesio definisce il metodo per giungere alla conoscenza di tutte le cose. Tale metodo viene riassunto in quattro regole o precetti fondamentali:
  1. evidenza: “non accogliere mai come vera nessuna cosa che non conoscessi con evidenza essere tale […] e non includere nei miei giudizi nulla di più di quello che si presentava così chiaramente e distintamente al mio spirito da escludere ogni possibilità di dubbio;
  2. analisi: “dividere ognuna delle difficoltà che io esaminassi in tante particelle quante fosse possibile e richiesto per meglio risolverle”;
  3. sintesi: “condurre per ordine i miei pensieri cominciando dagli oggetti più semplici e più facili a conoscere per ascendere a poco a poco come per gradi alla conoscenza dei più composti;
  4. enumerazione: “fare dappertutto delle enumerazioni così complete e delle revisioni così generali da essere certo di nulla omettere”.
Nel definire il metodo Cartesio assume come paradigma il metodo matematico, che non utilizza a risoluzione delle singole parti delle matematiche, bensì a procedimento di studio dei rapporti o proporzioni in generale. È da dire che la cultura classica medievale distingueva matematiche pure (aritmetica e geometria) e matematiche miste o applicate (astronomia, musica, ottica). Cartesio vuole, invece, superare tale divisione e prospettare un’unica matematica universale che si occupi solo dei rapporti e delle proporzioni in generale.
In tal senso va spiegato il suo intento di eliminare la distinzione tra aritmetica e geometria mediante l’invenzione degli assi, dove i numeri vengono espresse in grandezze, ossia in linee. Inoltre sostituisce ai numeri le lettere (a, b,c, …) per indicare le grandezze note; x, y, z per indicare le grandezze ignote. Per indicare gli esponenti anziché delle lettere usa i numeri.
La costruzione di una nuova filosofia può, però, portare ad una crisi della morale. Ciò perché la caduta del vecchio sistema fisico può indurre ad una svalutazione dei tradizionali codici comportamentali ed etici. Per evitare che la crisi del vecchio pensiero porti ad una crisi morale Cartesio sviluppa nella terza parte del Discorso una morale provvisoria. Le regole di essa sono tre:
  1. obbedienza alle leggi e costumi del paese di appartenenza, osservanza della religione appresa nel proprio stato sin da piccoli, adesione alle idee moderate del paese in cui si vive;
  2. essere sicuri delle proprie azioni: una volta che si è presa una decisione, bisogna seguirla e portarla a termine con fermezza;
  3. cercare di capire i propri limiti piuttosto che cercare di vincere la fortuna: bisogna esser pronti a cambiare le proprie decisioni se esse non ci portano ad alcunché di positivo. Ciò perché non c'è nulla che è assolutamente in nostro potere se non il nostro pensiero.
Il solo fondamento valido e necessario per ricostruire il sapere è il dubbio metodico. Per distruggere e disfarsi del vecchio sapere tradizionale Cartesio non sceglie di analizzare le singole scienze, perché l'impresa sarebbe stata al di là delle capacità umane, bensì di applicare la prima delle sue regole del metodo e cioè quella dell’evidenza, così da considerare falso tutto quello di cui si potesse avere il minimo dubbio. Cartesio, quindi, passa all’analisi degli strumenti della nostra conoscenza per vedere quali di essi non sono idonei a farci produrre una conoscenza vera. Per quanto riguarda i sensi Cartesio afferma che non è necessario fare dei lunghi discorsi, infatti già il fatto che ci ingannano solo alcune volte significa che non ci si può fare totale affidamento. È da aggiungere anche che i sogni si manifestano a volte con una tale forza che ce li fa sembrare reali, per poi invece manifestarsi nella loro fallacia. Quindi, tutto il mondo reale potrebbe scomparire come un sogno. Inoltre, nessuno ci assicura che la realtà fuori di noi esista realmente.
Le uniche realtà inconfutabili ed innegabili sono, agli occhi di Cartesio, quelle matematiche, ed infatti 2 + 3 fa sempre cinque, e ciò al di là del fatto di essere svegli o dormienti.
Si potrebbe, però, avanzare l'ipotesi più estrema: può darsi che Dio ci abbia ingannato non solo dandoci delle immagini di una realtà non esistente, ma, anche, dandoci delle verità che a noi sembrano evidenti ed immediate. Cartesio si rende conto, però, che tale dubbio è troppo radicale, e, pertanto, dopo averlo accantonato, sostituisce alla teoria del Dio ingannatore quella del genio maligno.
Ora, anche se il genio maligno può ingannarmi circa il mondo possibile, non può in alcun modo impedirmi di sospendere il mio assenso alle realtà sensibili. La sospensione del giudizio mi mette nella condizione del dubbio metodico e mi porta a mettere in crisi tutte quelle conoscenze che sono prive di evidenza, per accettare, invece, quelli che si presentano in maniera chiara ed evidente. Inoltre, la condizione del dubbio mi induce alla conoscenza, detta da Cartesio “prima e certissima”, del “cogito, ergo sum” (penso, quindi esisto). Ed infatti, pur accettando il fatto che io venga ingannato di continuo credendo che esista una realtà fuori di me, rimane comunque evidente il fatto che se vengo ingannato esisto; se ho pensieri, anche falsi, io esisto. Ed infatti, non è possibile che io che penso non sia qualcosa. Quindi, io che penso esisto.
Cartesio afferma che il “Cogito, ergo sum” non è il risultato finale di un processo ragionativo, bensì il frutto di un'intuizione certa ed evidente che elimina il dubbio circa la mia esistenza, ma non quello della possibile falsità del mondo sensibile e del mio corpo.
La res cogitans (la sostanza pensante) è “una sostanza di cui tutta l’essenza o natura non è che pensare”. Il pensiero, quindi, non è un attributo della sostanza pensante, ma l'essenza stessa della sostanza. Ora, poiché essere e pensare coincidono, allora tutte le cose che noi concepiamo in maniera chiara e distinta sono vere.
L'intuizione del cogito, quindi, ci induce ad una prima verità indubitabile, e cioè quella della nostra esistenza. Verità questa che ci permette di uscire dalla sfera del cogito per analizzare quelle verità che ci appaiono certe ed evidenti, necessarie ed indubitabili.
Cartesio distingue tre tipi di idee: le idee innate, le idee avventizie (da adventitiae, che sembrano venir dal di fuori) e le idee factitiae, “ovvero fatte e inventate da me stesso”.
L'idea dell'esistenza di una realtà esterna è un'idea avventizia che non può essere considerata certa. Rimane, infatti, sempre possibile l'inganno del genio maligno e del sogno, che ci può far credere all'esistenza di una realtà esterna a me. Inoltre, le suddette idee potrebbero essere fatte ed inventate da noi stessi, alla stessa maniera delle idee fittizie. Non tutte le idee sono però dubitabili e appartenenti a queste due categorie. Vi è infatti in noi anche l’idea innata: essa è l’idea di Dio come essere eterno, infinito, immutabile, onnisciente, onnipotente e creatore. A questa prima prova dell’esistenza di Dio se ne aggiunge una seconda che parte dal principio di causalità: potrei io, che ho l’idea di Dio, esistere se Dio non esistesse? Ora se io fossi causa di me stesso certamente mi sarei dato tutte quelle perfezioni che trovo nell’idea di Dio, cioè mi sarei creato perfetto. Non solo io non mi sono creato da me stesso ma non neppure in grado di conservare me stesso. Per Cartesio infatti il tempo è una successione di istanti non legati tra loro, per cui se ora sono non è detto che lo sono stato o che lo sarò. In altre parole conservazione e creazione in Cartesio coincidono. Si coglie quindi la principale caratteristica di Dio, quella di essere causa sui. A queste due prove Cartesio aggiunge una prova anselmiana, detta da Kant ontologica, secondo la quale l’essere assolutamente perfetto deve esistere per necessità, infatti alla perfezione non può mancare l’esistenza, attributo di somma perfezione. L’esistenza di Dio come idea innata permette di potere recuperare la realtà esterna. L’idea di un Dio non ingannatore, infatti, ci induce a credere che quelle idee delle cose materiali derivano effettivamente da esse; se, infatti, non avessero corrispondenza alla realtà extramentale, Dio sarebbe ingannatore. Recuperata la realtà, noi di essa possiamo conoscere l’estensione e il movimento, cioè le sole cose che noi distinguiamo chiaramente e distintamente. Non possiamo avere certezza di ciò che non è oggetto di dimostrazione geometrica, come calore, colore, sapore ecc. che ci rimangono sempre non chiari e confusi. Dato che la realtà si conosce distintamente e chiaramente solo con la geometria, allora è possibile costruire una fisica a priori deduttiva, ove i suoi principi saranno le idee innate come l’idea di Dio, le verità matematiche e le leggi fisiche dedotte dall’idea di Dio. Attraverso l’idea di un Dio non ingannatore Cartesio riesce a recuperare l’esistenza della materia, della sostanza estesa, di cui aveva finora solo l’idea. Ora, mentre la materia è divisibile all’infinito ed estesa, la res cogitans è inestesa è indivisibile. Noi abbiamo una conoscenza chiara e distinta delle due sostanze e della loro separatezza. Ora “tutte le cose che noi concepiamo chiaramente e distintamente sono come le pensiamo”. Secondo tale metodo per Cartesio non c’è dubbio che le due sostanze siano separate tra loro e che quindi l’anima sia immateriale e spirituale, cosa che prova la sua natura immortale. Nell’uomo - macchina la comunicazione tra queste due sostanze avviene grazie alla ghiandola pineale, e non tramite tutto il cervello o il cuore. È questa ghiandola che dirige i flussi degli spiriti attraversanti i tubi o canali. Le passioni sono movimenti dell’anima, e per sé stessi sono sempre buone, ma divengono dannosi se se ne fa un uso spropositato ed eccessivo.
Cartesio metaforizza la filosofia con l'immagine di un grande albero, le cui radici sono la Metafisica, il tronco la fisica, i rami la meccanica, la medicina e la morale. Della morale e della medicina si occupa negli ultimi anni della sua vita.
Se l’errore delle conoscenze non nasce da un Dio ingannatore. Allora, da dove nasce? L’errore, che per Cartesio è sempre un errore di giudizio, non è dato né da Dio né dall’intelletto, il quale coglie con chiarezza e distinzione le idee e non dà giudizi. L’intelletto è quindi finito e limitato. L’errore nasce pertanto dalla volontà, infinita e illimitata, che spesso da giudizi senza avere le idee chiare e distinte. In altre parole l’errore nasce da un uso eccessivo della volontà, che non volendo seguire l’intelletto, la supera e si smarrisce. Ogni errore è sempre un errore di volontà.

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