lunedì 9 luglio 2012

Schelling


Nasce nel Wurtemberg il 27 gennaio del 1775. Suoi primi scritti furono: L'io come principio della filosofia e La forma della filosofia in generale, Le lettere filosofiche sul dogmatismo e criticismo, le Idee per una filosofia della natura, Il sistema dell’idealismo trascendentale, l’Esposizione del mio sistema filosofico e Le lezioni sul metodo dello studio accademico. Nel 1802 pubblicò insieme a Hegel il “Giornale critico della filosofia”, in seguito i due, però, entrano in pessimi rapporti. Nel 1804 pubblica Filosofia e religione, poi Filosofia dell’arte, Ricerche sull’essenza della libertà, Lezioni private di Stoccarda e Le età del mondo. Molti scritti rimasero inediti e pubblicati postumo come Lezioni monachesi sulla storia della filosofia moderna, Filosofia della mitologia, Filosofia della rivelazione e l’Esposizione dell’empirismo filosofico.
Il pensiero di Schelling, per quanto vicino, nelle prime fasi, a quello di Fichte, se ne distacca per aver assunto un diverso atteggiamento nei confronti della natura. Anche Schelling riconosce il nesso inscindibile della coscienza reale ed empirica con il mondo esterno, con la natura, riconducendo tale nesso ad una necessità interna all’Io. Le rappresentazioni del mondo esterno, della natura, dipendono infatti dalla spontaneità inconscia dell’io, in quanto l’io per realizzarsi non può fare a meno di contrapporre a se stesso il non-Io, ossia la natura. Bisognava però operare là dove Fichte aveva mancato, e cioè bisognava sviluppare il significato di tale rapporto essenziale dell’io e del non-io della natura. Ciò doveva essere fatto per superare la concezione puramente meccanicistica della natura e della scienza, che il Romanticismo vedeva in maniera sempre più inaccettabile alla luce degli sviluppi della biologia e della chimica. Per fare ciò bisognava superare la contrapposizione di organismo e meccanicismo, riconoscendoli come momenti diversi di un processo unitario che si articola in una serie di fasi sempre più complesse. Fasi inscindibili dalla vita dello spirito. La natura non costituisce una realtà in sé da contrapporre allo Spirito, e non può essere studiata indipendentemente dalle altre, ma può essere intesa e compresa solo come intelligenza immatura, come testimonianza pietrificata del cammino percorso inconsapevolmente dall’io per giungere ad essere coscienza, in una parola dell’odissea con cui lo spirito ha cercato e trovato se stesso. Per comprendere il legame strettissimo tra spirito e natura occorre però risalire al principio unitario, che è precisamente l’identità tra conscio e inconscio, di libertà e necessità, di ideale e reale. Da un lato è necessario presupporre l’unità di questi termini, perché se fossero assolutamente opposti, separati, non vi potrebbe essere nessun passaggio, nessun rapporto tra di essi, dunque non si spiegherebbero né il pensiero né l’azione, né la natura, né la coscienza; che son sì tra loro distinte, ma sempre in un continuo rapporto per la loro unità di fondo. D’altra parte lo spirito come coscienza comporta sempre la distinzione tra soggetto ed oggetto, tra rappresentazione e rappresentato. Non ci si può, però, fermare all’opposizione, alla distinzione, che è sempre una forma imperfetta di vita, ma si deve, invece, riconquistare sul piano del sapere quella identità originaria da cui la vita ha avuto e ha continuamente origine. Ora, questa riconquista dell’identità può avvenire mediante una forma di sapere diverso da quello della distinzione tra soggetto e oggetto, rappresentazione rappresentato, e cioè con l’intuizione intellettuale. Schelling, pertanto, respinge sia il puro meccanicismo o materialismo, sia il concetto di creazionismo inteso nella maniera tradizionale. Il meccanicismo, infatti, non gli spiegherebbe il realizzarsi di livelli di realtà sempre più complessi con alla fine l’emergere della forma naturale più alta che è l’organismo. Il creazionismo viene rifiutato perché anche se la natura ha un carattere teleologico, tale carattere le è imposta dall’esterno, e conseguentemente rende impossibile tutte quelle spiegazioni che pretendono di dare giustificazione dei fenomeni mediante delle leggi specifiche del loro sviluppo. Schelling afferma che bisogna accettare il paradosso della finalità inconscia dei prodotti della natura, senza che essi siano stati prodotti consapevolmente per un fine. Paradosso solo a prima vista, poiché questa è la caratteristica di tutti gli esseri viventi, dove sussiste un rapporto reciproco tra fine e mezzo. Senza, però, che questo rapporto sia prima conosciuto e poi realizzato nella cosa, come accade nelle forme di produzioni artificiale. Per esempio la pianta si nutre di sostanza esterne, ma non potrebbe fare ciò se non fosse già organizzata a tale funzione. O, ancora, l’uomo per vivere ha bisogno di ossigeno, ma non potrebbe respirare se non fosse già organizzato a fare ciò. Tale rapporto non è identificabile solo nel singolo, ma bensì in tutta la natura, ove il suo meccanismo (che segue cause – effetti irreversibili, per cui da A segue B, ma non viceversa) si integra con la finalità; mezzo e fine costituiscono un rapporto reciproco e inscindibile che vive in ogni singola forma della natura e nella natura come totalità. E quindi nell’organismo materia e forma sono inseparabili. Natura naturans e natura naturata in un rapporto reciproco e continuo, dove la natura naturata è simbolo della naturans, perché in essa l’Assoluto si nasconde e si manifesta esteriorizzandosi e particolarizzandosi nel finito. Il principio fondamentale della realtà è da ricercarsi non più nell’io, e tanto meno nel non-io, ma in un sintesi nella quale l’uno e l’altro si confondono in un Identità Assoluta di Soggetto e Oggetto, di Conscio e Inconscio, di Materia e Spirito, tutte coppie di termini correlativi e sinonimi. E la natura non è che il differenziarsi di queste opposizioni mediante un ritmo dialettico. La prevalenza dell’inconscio – nei primi gradi dello sviluppo, della differenziazione – dà origine a quella che noi consideriamo materia inanimata. Col nascere dell’organismo o col scoccare della sensazione s’inizia il prevalere del conscio che, attraverso lo sviluppo dello spirito, consentirà poi di rifare – nella progredente luce della consapevolezza – il cammino percorso inconsapevolmente, sino all’intuizione dell’Assoluto originario e delle sue progressive differenziazioni che ci rendono consci di essere l’espressione più alta del divino. La conoscenza di questo percorso non ci è data né dalla riflessione, cioè dalla scienza teoretica, né dalla morale o scienza pratica, in quanto esse presuppongono quella separazione tra soggetto e oggetto, spirito e natura che è nata con la riflessione e dalla riflessione, e cioè con il distacco dell’Assoluto come identità originaria. Ancora una volta ci troviamo in un paradosso, infatti la riflessione, per il motivo detto non può essere organo della filosofia, ma senza la riflessione nemmeno si sarebbe posto l’esigenza della filosofia. Bisogna ricercare quindi un’attività che sia al contempo ricettiva e produttiva, e cioè un sapere assolutamente libero, e quindi diverso dal sapere teoretico che non è libero in quanto dipende dalle rappresentazioni degli oggetti. Questa attività per essere libera deve produrre il proprio oggetto, realizzando una perfetta identità dell’essere e del rappresentare. Deve essere una forma di intuizione, dove per intuizione si intende un sapere immediato, che non ha bisogno di dimostrazioni, e neppure può averne, perché ogni dimostrazione presuppone già un’intuizione. Deve essere però un'intuizione distinta da quella sensibile, in quanto questa non produce il proprio oggetto, ma lo presuppone. Sara pertanto una intuizione intellettuale, in cui l’intuire stesso coincide con l’intuito, l’attività della coscienza coglie se stessa nel suo agire e quindi realizza veramente l’autocoscienza. L’intuizione intellettuale infatti è il trasformarsi della soggettività in una forma più alta di attività e di sapere dove conscio e inconscio coincidono e la contrapposizione tra soggetto e oggetto scompare; un’attività, pertanto, dello stesso tipo dell’Assoluto o, se si preferisce, un’attività nella quale l’Assoluto si manifesta in forma di sapere. Anche dopo questa precisazione però la filosofia non appare ancora sufficientemente fondata né il suo paradosso risolto. Se l’intuizione intellettuale esiste, è certo che la filosofia può adempiere al suo compito; ma come dimostrare che l’intuizione intellettuale esiste effettivamente e non è un postulato del tutto gratuito e inverificabile? È questo problema che fa affermare al filosofo che vi è uno stretto legame tra arte e filosofia, anzi a fargli mettere l’arte al culmine della vita dello spirito, perché solo l’opera d’arte è testimonianza concreta, esterna, reale della possibilità di superare attivamente la scissione tra spirito e natura, da cui anche la filosofia è derivata e a cui deve porre rimedio. Sempre muovendo dalla tensione tra conscio e inconscio, tra libertà e necessità si spiega anche la funzione della storia e la sua differenza dalla natura. Come storia si intende quegli avvenimenti volti a realizzare un ideale, che il singolo non può mai realizzare, ma che può essere raggiunto dalla specie. Perciò la storia è una serie di avvenimenti che non possono essere considerati assolutamente sciolti da leggi; ma neppure sono assolutamente assoggettati a leggi, poiché in essi deve coesistere la tensione verso un ideale ( e quindi un certo disegno e una certa necessità) con la libertà dei loro protagonisti. A fondo della storia si ha quindi l’operare di una occulta necessità nella libertà umana; se si porta l’attenzione solo sulla necessità, allora si avrà il fatalismo; se invece si porta l’attenzione solo sulla libertà, allora si avrà l’ateismo. Entrambe le posizioni sono però inadeguate e bisogna pertanto innalzarsi al punto di vista della religione: qui abbiamo la provvidenza, ovvero la graduale manifestazione dell’Assoluto dove Dio diviene nella graduale misura in cui l’uomo opera il suo disegno e viceversa. In base a questo criteri la storia può essere divisa in tre grandi epoche:
  1. il periodo tragico in cui domina il destino;
  2. il periodo in cui il destino si rivela come legge di natura;
  3. il periodo in cui anche “Dio Sarà”, in quanto destino e natura si riveleranno come manifestazioni incomplete di una provvidenza.
Il male assume in Schelling una spiegazione diversa e non si configura più come mancanza. Infatti egli negli ultimi anni diviene sempre più studioso della mistica e si forma dai neoplatonici di Bohme, secondo il quale il male è in Dio, come sua oscura e irrazionale componente. Il fondo oscuro dell’essere, ovvero la sua inconscia volontà di esistere si rivela sia in Dio quanto nell’uomo; e la gradualità dei momenti di concreto sviluppo nel mondo diventa il dispiegarsi dei momenti della specificazione particolare dell’esistenza, e rende ragione del male nella dimensione della natura. Mentre l’azione del bene porta a ricostituire l’unità originaria attraverso l’ordine e la bellezza. Schelling nel criticare Hegel afferma che la sua filosofia è una filosofia negativa, ossia di quelle filosofie che vogliono essere pensiero puro, e che non vogliono confrontarsi con qualcosa di posto. Per questi motivi si conclude in una vuota costruzione speculativa. Compito della filosofia positiva è, invece, quella di misurarsi con qualcosa di diverso del pensiero, con qualcosa di irriducibile ad esso, ovvero con Dio che si rivela in maniera inesauribile.

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