domenica 8 luglio 2012

Il criticismo Kantiano


Ampia fu la discussione tra i filosofi delle dottrine affermate da Kant. Tali dibattiti hanno avuto grande importanza nello sviluppo dell’idealismo tedesco.
Reinhold (1758-1823), di cui vanno ricordati il Saggio di una nuova teoria della facoltà rappresentativa dell’uomo, e i Contributi alla rettifica dei malintesi sinora avutosi tra i filosofi, scrisse le importanti Lettere sulla filosofia Kantiana. Qui afferma che la filosofia di Kant è un qualcosa di molto diverso di una semplice costruzione teoretica, in quanto è un principio capace di avviare a soluzione anche i problemi etici, politici e religiosi del tempo con un radicale rinnovamento dell’uomo basato su una esatta consapevolezza delle possibilità della ragione. La filosofia kantiana, infatti, si rivolge alle forme a priori, universali, necessarie e immutabili della ragione, e può, quindi, indicare una volta per tutte all’uomo i suoi limiti, ma anche le sue concrete possibilità in quanto essere razionale e morale. La filosofia kantiana rappresenta, pertanto, un momento decisivo della storia del pensiero, ma ciò non significa che il compito dei successori sia da meno, in quanto ora si tratta di sviluppare sistematicamente le conquiste del criticismo kantiano, mostrandone la più completa validità.
Schulze (1761-1833) scrisse l’Enesidemo, dove afferma che nè Kant nè Reinhold sono riusciti davvero a superare lo scetticismo di Hume, accusandoli di rimanere in una posizione contraddittoria. La filosofia Kantiana pretenderebbe di conoscere le forme a priori, ciò è contraddittorio in quanto proprio Kant afferma che i concetti senza le intuizioni sensibili sono vuoti. Quindi, non si capisce su cosa si basa la critica quando parla di intuizioni, categorie e idee, insomma quando pretende di conoscere le forme a priori. A meno che non si vuole cadere in quello dogmatismo che proprio Kant cerca di distruggere.
Maimon scrisse il Saggio sulla filosofia trascendentale, il Saggio di una nuova logica e teoria del pensiero, e le Ricerche critiche sullo spirito umano. Secondo Maimon il requisito perché un pensiero sia reale, è che possa costruire interamente a priori il proprio oggetto. Ora, a questo requisito risponde la matematica, ma non la fisica che ha bisogno sempre dell’esperienza per confermare le proprie ipotesi. Ma in tal caso cade per intero il presupposto di Kant che la fisica sia una scienza e consti di proposizioni universali e necessarie. Il altri termini, il dubbio humiano circa il valore universale e necessario del rapporto di causalità, e il conseguente scetticismo circa l’universalità e necessità della scienza umana, rimangono perfettamente legittimi. In tale prospettiva anche il problema della cosa in sé prende una piega più consona ad un discorso critico, e cioè non si può pretendere che la cosa in sé sia una realtà che sta dietro ai fenomeni e che li condiziona come loro causa. Infatti, dire una cosa del genere significa cadere nella stessa illusione di chi, vedendo la propria immagine riflessa nello specchio, ne cercasse la causa dietro lo specchio e non in se stesso. La cosa in sé significa, invece, che la nostra conoscenza può essere sempre amplificata. Grazie, soprattutto, alla sensibilità e all’esperienza. Senza questi presupposti sarebbe un intelletto infinito, e quindi puramente costruttivo. Si fa strada, inoltre, un’idea fondamentale nell’idealismo, e cioè che per superare il problema della cosa in sé bisogna superare il problema tra finito e infinito. Per fare ciò bisogna superare la concezione del fenomeno come linea di demarcazione assoluta e invalicabile tra finito e infinito.
Jacobi (1743-1819) scrisse il Sull’idealismo trascendentale; la Lettera a Fichte; Sulla inseparabilità del concetto di libertà e di preveggenza dal concetto di ragione; Il tentativo del criticismo di ridurre la ragione ad intelletto; Le cose divine e la loro rivelazione. Jacobi sostiene che Kant non ci dà mai la realtà nell’ambito della conoscenza, ma semmai la rappresentazione di essa quale si manifesta nel fenomeno. Pertanto, è proprio la realtà della cosa in sé che ci rimane non conoscibile e non rappresentabile. Senza la cosa in sé però non si può entrare nel Criticismo, nel senso che per ammettere la cosa in sé (“noumeno”) come causa della sensazione dobbiamo fare ricorso alla categoria della causalità; categoria che va al di là dell’esperienza. Ora, è Kant stesso che afferma che le forme a priori sono valide solo nei limiti dell’esperienza fenomenica. E quindi, è in questo contesto che secondo Jacobi Kant entra in contraddizione. Di una sola realtà possiamo avere l’intuizione, e cioè la realtà suprema, Dio, il quale però non viene colto mediante un atto intellettuale, bensì con un sentimento, la fede, che si rivela al cuore in maniera immediata, allo stesso modo di come il reale finito si rivela ai sensi. 
WINCKELMANN (1717-1768). La sua opera principale è la Storia dell’arte antica. Si formò in Italia, ove approfondì lo studio dell’arte classica. Da tale esperienza nasce la sua idealizzazione dell’arte greca come un mondo di serenità e armonia. Questa idealizzazione ebbe largo consenso non solo nella cultura tedesca, ma in tutta l’Europa del tempo, dove si diffuse una nozione di classicità che ebbe largo seguito negli studi artistici.

Nessun commento:

Posta un commento