sabato 14 luglio 2012

Arthur Schopenhauer


Arthur Schopenhauer nasce nel 1788 e nel 1813 pubblica la sua tesi di laurea dal titolo La quadruplice radice del principio di ragion sufficiente. Avvicinandosi alla cultura indiana, mette per iscritto il suo capolavoro, ovvero Il mondo come volontà e come rappresentazione (1818). Muore a Francoforte nel 1860.
Nell’opera di questo pensatore vi sono una serie di elementi che avranno grande rilevanza nel pensiero dell’ottocento e del novecento; e cioè: il rifiuto di qualsiasi prospettiva ottimistica e razionalistica della vita inutilmente tesa a nascondere il dolore che pervade la vita dell’uomo e dell’universo; una violenta polemica contro tutta quanta la filosofia idealistica, in special modo quella hegeliana, considerata da Schopenhauer una colossale mistificazione, poiché non sa distinguere tra ideale e reale e risolve l’intera realtà nei concetti; l’attribuzione all’arte e alla contemplazione estetica di una funzione rigeneratrice; una forte predilezione per la religiosità e la mentalità indiana contrapposte all’umanesimo scientificizzante della cultura occidentale ed europea (atteggiamento definito dagli studiosi come quello di “un disertore dell’occidente”). Schopenhauer, tuttavia, non ripudia tutti i risultati della filosofia europea, anzi, al contrario, fonda l’intera sua visione della realtà sulla ripresa di alcuni classici come Kant e Platone. Gia tipicamente kantiano è il linguaggio che apre la sua opera principale e la visione del mondo riportata tutta a rappresentazione del soggetto; un modo inteso in senso specificatamente fenomenico. Gli intenti di Kant e Schopenhauer sono però molto diversi e il suo richiamo al kantismo serve solo ad ammonimento contro la ciarlataneria dei sistemi idealistici, e a ricordare che il nesso causale, e quindi i procedimenti razionali, valgono solo all’interno dell’ambito fenomenico. Detto ciò Schopenhauer passa su un piano metafisico. La cosa in sé non rimane per Schopenhauer una cosa inconosciuta o un concetto limite, la cosa in sé rivela infatti in maniera chiara la sua volontà di vivere, di sforzo perenne nell’affermarsi e nel perpetuarsi. Questa volontà la si può constatare particolarmente nell’uomo e nel rapporto con il suo corpo; l’uomo infatti non è un semplice soggetto conoscente, ma è la manifestazione concreta ed oggettivata della volontà universale in quanto egli stesso è volontà operante sul corpo e nel corpo. La concezione della volontà presenta in Schopenhauer delle caratteristiche fortemente pessimistiche in quanto essa non è intesa come una volontà avente degli scopi o dei fini, bensì è intesa come una forza cieca che tende continuamente ed esclusivamente a realizzare e perpetuare se stessa. In tal modo tutti i viventi, compreso l’uomo, sono coinvolti in un perenne circolo vizioso, poiché mediante istinti, appetiti e voglie vengono allettati a perseguire e a incrementare la vita, come se questo incrementare fosse loro effettivo interesse e non invece causa della loro sofferenza e del dolore che dilaga nel mondo. Ogni volta che la volontà si scontra con un ostacolo e viene impedita nella realizzazione di un suo scopo si ha, infatti, la sofferenza. Ma in tutta la natura noi constatiamo che questo avviene continuamente e ancora di più nelle forme di vita più complesse. Perciò negli animali, e soprattutto nell’uomo, tale sofferenza e continua e incessante in quanto l’uomo non persegue mai uno scopo che possa essere raggiunto in maniera definitiva e conclusiva, in maniera tale da acquietarsi. Così ogni desiderio scaturisce da una insoddisfazione, ma a sua volta genera nuova insoddisfazione e così all’infinito, e, l’individuo obbedendo a questo meccanismo non fa altro che sottostare a questo gioco senza senso e senza scopo della volontà universale. Tutto ciò perché l’individuo crede di avere una realtà propria e non si rende conto che l’individuo ha senso solo sul piano fenomenico. Ora, mentre le forme a priori di spazio e di tempo servivano a Kant per spiegare la conoscenza universale e necessaria del mondo fisico, per Schopenhauer sono invece un principio di suddivisione, e cioè spazio e tempo servono a spiegare il rompersi dell’universale volontà di vita, che è una, nella molteplicità di esseri consistenti e transeunti sul piano dei fenomeni. Schopenhauer ritiene che il grande merito di Platone e di Kant è quello di avere avuto la consapevolezza dell’irrealtà e illusorietà del molteplice che ci circonda. Mentre Kant però è giunto alla nozione di cosa in sé, da cui facilmente, se solo avesse rinunciato alla cosa in sé intesa ancora come oggetto, poteva ricavare la volontà universale; Platone si è fermato ad uno stadio intermedio dato dalle idee, ovvero dalle forme immobili, eterne ed immutabili. Le idee sono per Schopenhauer suddivise in una gerarchia che culmina nell’uomo. Le idee sono l’oggettivizzazione della volontà che si realizza pienamente nell’uomo, il quale per acquisire significato non poteva rimanere solo, ma aveva bisogno di tutte quelle idee discendenti che trovano in lui il gradino più alto e perfetto della piramide. Le idee vanno distinte dai concetti, che sono semplici prodotti dell’astrazione delle idee, e pertanto i concetti non esisterebbero senza di esse. I concetti hanno senso solo nell’ambito dei fenomeni regolati dalle leggi di causalità e individualizzati dallo spazio e il tempo, che tendono ad unificare dall’esterno; in questo senso, dunque, i concetti solo semplici espedienti classificatori nei quali si possono raccogliere cose affini, ma senza mai che tali cose si sviluppino dai concetti stessi, mentre l’idea è simile ad un vivente, perché è un principio da cui si genera una molteplicità di fenomeni, pur senza intaccarne l’immobilità e l’eternità. Non, dunque, il pensiero astratto, il ragionamento scientifico può portare alla conoscenza delle idee, ma soltanto quella forma di contemplazione che ha il suo modello nell’attività del genio e che si realizza nell’arte e di fronte alle opere d’arte. Infatti, il genio consiste nella capacità di conoscere le idee, e del trovarsi di fronte a loro non come individuo, ma come puro soggetto del conoscere. Alla musica Schopenhauer dà un posto privilegiato in quanto essa non solo è indipendente dal sensibile ma anche dalle idee, al punto che si può dire, paradossalmente, che la musica esistesse anche se il mondo non esistesse. La musica riproduce la volontà universale direttamente e si trova al suo stesso piano. Pertanto, quando la musica è imitazione scade inevitabilmente. La morale deve portare l’uomo a sollevarsi dal suo egoismo e dalle proprie passioni ed istinti per giungere ad una forma di ascesi che sia negazione della volontà e quindi del dolore. Essa si articola in giustizia che con la costrizione porta alla negazione della volontà di imporsi sugli altri. poi la compassione e cioè l’immedesimarsi nel dolore altrui, infine l’ascesi, culmine filosofico di negazione della volontà.

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