sabato 8 settembre 2012

L'antropologia filosofica


L'antropologia si occupa dello studio dell'uomo in quanto tale e affonda le sue radici nel pensiero filosofico tedesco con autori come Herder, Kant e von Humboldt.
Tale disciplina prende avvio grazie a quelle scienze sempre più attente ad approfondire gli aspetti peculiari del comportamento umano e grazie allo sviluppo di tutte quelle tematiche fenomenologico – esistenzialistiche volte a porre attenzione sull'uomo di contro a tutti quei grandi sistemi della “ragione” o alla riduzione della vita spirituale a meri fatti “positivi”.
Una tappa importante per lo sviluppo dell'antropologia filosofica si ha in Germania con l'opera di Max Scheler dal titolo La posizione dell'uomo nel cosmo, del 1928.
Secondo Scheler bisogna fondare una nuova antropologia filosofica che riesca a giungere ad una concezione unitaria dell'uomo. Per fare ciò bisogna superare le tre concezioni contrastanti ed inconciliabili che si sono sviluppate all'interno del pensiero occidentale. Esse sono:
  1. la concezione giudaico – cristiana dell'uomo, secondo cui l'uomo è essenzialmente un essere caduto;
  2. la concezione greca, secondo cui l'uomo partecipa di una razionalità sovrumana, di un logos che è fondamento dell'ordine dell'universo;
  3. la concezione delle scienze umane, secondo cui l'uomo altro non è che il frutto dell'evoluzione.
La posizione dell'uomo deve, invece, essere compresa prendendo in esame le energie e le facoltà psichiche messe in evidenza dalla scienza. Ciò significa che l'uomo non deve analizzato prendendo in considerazione le sue facoltà o le diverse attività in cui si esplica (arte, religione, filosofia, scienza, ecc), ma prendendo in considerazione soltanto lo spirito come capacità di emanciparsi dai comportamenti legati all'organismo. Emancipazione che porta l'uomo ad “oggettivare” sia se stesso che l'ambiente. Operazione questa di cui l'animale non è capace. A questa forma di oggettivazione non corrisponde una sospensione del giudizio di tipo husserilana, ma un vero e proprio dire no ai dettami della natura, un uscire fuori dal mero ciclo vita – morte, e, pertanto, un innalzamento al di sopra della realtà per una riformulazione del tutto diversa.
La negazione, dice Scheler, non deve essere intesa né in maniera greca, come se lo spirito avesse una propria autonomia ed una propria attività, né in senso schopenhaueriano, ossia come identificazione dello spirito come negazione; bensì in senso esclusivamente produttivo. Ciò significa che la negazione permette alla spirito di impadronirsi delle forze vitali, che confluiscono sempre dal basso e mai dall'alto, rifiutando di adagiarsi o di adeguarsi della realtà circostante.
Helmuth Plessner (1892 – 1985), filosofo e sociologo tedesco, fu autore di innumerevoli scritti. Tra di essi i principali sono: L'unità dei sensi, del 1923; I gradi dell'organismo e l'uomo. Introduzione all'antropologia filosofica, del 1928; Il destino delle spirito tedesco alla fine della sua epoca borghese, del 1935, Riso e pianto, del 1941; Tra filosofia e società, del 1953; Conditio humana, del 1964 e Al di qua dell'utopia del 1966.
Anche Plessner afferma il distacco consapevole dell'uomo dall'animalità e dalla corporeità. Egli, inoltre, insiste sul carattere “eccentrico” dell'uomo rispetto agli altri esseri viventi.
Con la civiltà e la cultura l'uomo, infatti, ha costruito tutta una serie di strumenti di dominio della realtà (“protesi”) che prolungano i suoi organi, ma che, al contempo, rendono sempre più sconcertante il suo rapporto con il mondo. In tal senso basta pensare a tutte quelle discussioni incentrate sulla funzione disumanizzante della tecnica.
Questo carattere “eccentrico” dell'uomo deve portarlo ad escludere qualsiasi tipo di discorso metafisico sulla sua natura sia in senso creazionistico quanto in senso evoluzionistico e materialistico. L'uomo, quindi, deve limitarsi a riconoscere la peculiarità della sua posizione storica come campo in cui si attuano le sue capacità esplicative e creative. Ciò, però, deve essere compiuto senza fare ricorso a false utopie, ossia senza ricorrere a leggi universali e rigorose che vadano a trascendere i limiti intrinseci dell'antropologia.
Arnold Gehlen (1904 – 1976) fu filosofo, antropologo e sociologo tedesco. Tra le sue opere principali abbiamo L'uomo, la sua natura e la sua posizione nel mondo, del 1940; Uomo arcaico e tarda civiltà, del 1956; L'uomo nell'era della tecnica, del 1957 e Morale e ipermorale. Un'etica pluralistica, del 1969.
Anche Gehlen opera una distinzione ben precisa tra uomo ed animale. Distinzione basata sul fatto che l'uomo, al contrario dell'animale, non ha un ambiente specifico e non è legato a comportamenti organici o istinti ben precisi. Gehlen, però, focalizza l'attenzione sulla “filosofia delle istituzioni”, ossia sullo studio della genesi e della funzione delle istituzioni mediate dal linguaggio. E cioè su quel mondo in cui si è concretizzata la specificità del comportamento umano. La differenza dall'animale, almeno inizialmente, rappresenta per l'uomo una condizione di insicurezza, che viene superata mediante la comunicazione linguistica finalizzata alla nascita di una serie di istituzioni quali la famiglia, società, Stato, ecc. Istituzioni che costituiscono una sorta di garanzia oggettiva là dove è venuta a mancare quella dell'istinto.
Queste istituzioni, però, assumono una propria autonomia e rigidità, portanti quella alienazione di cui parla Hegel e Marx e che li rende non semplici strumenti alla portata dell'uomo.
Ciò giustifica la genesi di quel senso critico dell'epoca moderna rivolto contro le suddette istituzioni. Senso critico che non può portare alla liberazione dell'uomo, se non al rischio di una nuova condizione di indifesa e di disorientamento di egli stesso.

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