giovedì 13 settembre 2012

Cenni di sociologia americana


La sociologia americana ha assunto delle caratteristiche peculiari grazie al contesto storico – sociale in cui si è evoluta e tramite gli sviluppi filosofico – culturali.
La sociologia affermatesi in America risente, in un primo momento, fortemente l'influsso delle teorie evoluzionistiche, in special modo del darwinismo, secondo cui la vita della società va spiegata ed interpretata in base alla lotta per l'esistenza e la conseguente selezione naturale, in cui solo il più forte sopravvive. L'influsso del darwinismo è dettato dallo sviluppo economico che sembrava aprire orizzonti infiniti ed illimitati di successo e di progresso sia individuale che collettivo.
In seguito, però, la sociologia americana viene a interagire con il pragmatismo e con la sua concezione attiva e dinamica della coscienza, intesa come progettazione intersoggettiva e interazionale.
George Herbert Mead (1863 – 1931), filosofo, psicologo e sociologo statunitense, fu autore di Mente, sé e società, del 1934.
Egli mette in evidenza il carattere simbolico del rapporto umano, evidenziando l'importanza del linguaggio per la comprensione del rapporto tra l'uomo e la società e per il controllo dei rapporti sociali.
Thorstein Veblen (1857 – 1929) fu autore di La teoria della classe agiata, del 1899; de La teoria dell'impresa d'affari, del 1904; de L'istinto dell'efficienza e lo stadio delle tecniche industriali, del 1914 e de Il ruolo della scienza nella civiltà moderna, del 1919.
Veblen mette in luce gli aspetti essenziali della vita sociale della società industriale contemporanea con la cosiddetta dottrina “tecnocratica”, che analizza ed evidenzia la funzione di guida propria dei “tecnici” nella produzione, e quindi la necessità di tenere conto anche sul piano politico dell'importanza di tale loro funzione.
Talcott Parsons (1902 – 1979), sociologo statunitense, fu autore de La struttura dell'azione sociale, del 1937; dei Saggi sulla teoria sociologica, del 1949; de Il sistema sociale, del 1951; di Struttura e processo nelle società moderne, del 1960 e di Teoria sociologica e società moderna, del 1967.
Egli assume il funzionalismo in chiave sociologica. Ciò è conseguente ad una reazione contro gli indirizzi puramente storicistici ed evoluzionistici rivolti a spiegare ogni cosa con un metodo storico – genetico. Si deve, invece, avvicinare ai fatti sociali mediante uno strumento di comprensione e di confronto razionale che consenta di inquadrarli in modo veramente scientifico, e di scientificità si può parlare solo là dove si abbia una connessione sistematica.
Nei decenni successivi si sviluppò una serrata critica al funzionalismo, accusato di essere troppo astratto e neutrale rispetto ai grandi conflitti sociali e politici.
Charles Wright Mills (1916 – 1962), sociologo statunitense, fu autore di Colletti bianchi, del 1951; di Carattere e struttura sociale, del 1953; de L'élite del potere, del 1956; de L'immaginazione sociologica, del 1956; di Immagini dell'uomo, del 1959; di I marxisti, del 1962 e di Politica e potere, del 1963.
Egli è uno degli esponenti più importanti della “sociologia critica”. Importante è la sua ripresa del problema del metodo della ricerca sociologica.
Mills respinge la “grande teorizzazione”, e cioè il funzionalismo, perché esso presuppone la legittimità del potere e preclude ogni possibilità di comprendere effettivamente i conflitti, gli antagonismi e le rivoluzioni.
Mills polemizza anche contro gli empiristi astratti che si illudono di garantire la scientificità della loro ricerca appellandosi a criteri analoghi a quelle delle scienze naturali, ma in realtà sono del tutto incapaci di cogliere le strutture storico – sociali nella loro specificità storica, poiché considerano la società semplicemente come la somma di individui concepiti e studiati “atomisticamente”.



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