giovedì 2 agosto 2012

Critica allo scientismo


Emile Boutrox (1845 – 1921) fu autore di un'importante tesi di laurea dal titolo La contingenza delle leggi di natura (1874). Tra le sue opere abbiamo L'idea della legge naturale nella scienza e nella filosofia contemporanea, del 1895; La natura e lo spirito, del 1905; La scienza e religione nella filosofia contemporanea, del 1908.
Oggetto della critica di Boutrox non è tanto la scienza, bensì lo scientismo, ossia la convinzione positivista secondo cui la realtà è un rigoroso concatenamento di fenomeni secondo leggi casuali escludenti ogni libertà e finalità. In altri termini, Boutrox rifiuta una spiegazione puramente meccanicistica della realtà. Le leggi scientifiche, inoltre, non rispecchiano una struttura matematica, e quindi necessaria, della realtà in sé, come pretendeva Cartesio; e non sono nemmeno una struttura a priori della natura umana, come affermava Kant. Detto ciò, cade ogni pretesa di fondare le leggi scientifiche in modo metafisico e trascendentale. Le leggi scientifiche, afferma Boutrox, sono il risultato dei nostri sforzi di volere adattare le cose alla nostra intelligenza mediante costruzioni simboliche. Questo processo simbolico si attua nel momento in cui tutto ciò che è qualitativo viene ridotto nella scienza, grazie all'uso della matematica, a rapporti quantitativi. Ovviamente, la riduzione del qualitativo al quantitativo non potrà mai avere termine, ed infatti, se così fosse, si avrebbe la completa scoperta di una identità e unità assoluta. Unità ed unità assoluta che in natura non esiste, dato che la realtà è sempre molteplice e varia.
Boutrox evidenzia anche il fatto che all'interno dell'epistemologia scientifica si ha una contraddizione di base, che diviene evidente se si analizza il concetto di causalità. Ed infatti, la ricerca di cause significa la ricerca di ciò che determina un fenomeno. Ora, se la scienza riuscisse davvero a ridurre il mondo a formule o equazioni, allora non avrebbe più senso parlare di effetti generati da delle cause. Ciò perché non si avrebbero più novità, e tutto sarebbe determinato, conosciuto, immutabile e sempre uguale. La necessità delle leggi scientifiche è sempre negativa, in quanto una legge esprime solo l'impossibilità che una cosa sia diversa da quella che è, ma non indica le condizioni positive, e cioè non si può dire perché quel dato fenomeno è così e deve essere così. Le diverse scienze indicano soltanto diversi livelli di realtà tra i quali non si può avere alcun passaggio necessario e in questo senso sono contingenti l'uno rispetto all'altro.
Le critiche avanzate da Boutroux allo scientismo non rimangono solo all'interno del campo epistemologico, ma si riallacciano ad una corrente di pensiero francese che prende il nome di spiritualismo e che trova origine da Pascal e attraverso Maine de Biran si prolunga sino alla filosofia dello spirito dei nostri giorni. La dimostrazione dei limiti della scienza per Boutroux corrisponde alla rivendicazione di quelle che Pascal chiama le ragioni del cuore e alla contrapposizione allo spirito scientifico, che Pascal chiama spirito di geometria. Ovvero si volge lo sguardo ad una forma diversa di sapere che Pascal chiama spirito di finezza, e che Biran chiama senso intimo. Tale senso intimo è ciò che fa attingere all'uomo la propria libertà, spontaneità ed individualità.
Il contingentismo spezza il quadro della credenza in una realtà meccanicistica e apre la strada al riconoscimento della libertà che non può essere dimostrata né confutata da alcuna forma di sapere scientifico. Per tale motivo la religione, come scienza profonda del significato della vita, costituisce un principio irriducibile a quello della scienza. Lo spirito scientifico, infatti, esige continuamente che ogni processo sia fondato su prove e verifiche, mentre lo spirito religioso considera essenziali un atteggiamento di fede e di amore per cogliere ciò che non è semplicemente un sistema di rapporti meccanici. Si tratta, quindi, di due esigenze irrinunciabili che occorre stimolare e promuovere senza però credere di potere realizzare in modo assoluto ed esauriente nella condizione umana.
Jules-Henri Poincarè (1854 – 1912), matematico e filosofo, scrisse La scienza e l'ipotesi, del 1902; Il valore della scienza, del 1905 e Scienza e moto del 1909. L'opera di Poincarè si inserisce nel filone della critica allo scientismo e si innesta con le scoperte delle filosofie non-euclidee, con la discussione sulla contingenza delle leggi della natura e sul vaglio della più o meno validità delle stesse proposizioni scientifiche.
Poincarè respinge l'istanza che la matematica e la geometria siano, per il fatto di essere scienze coerenti ed universali, delle strutture razionali assolute e presupposte della realtà. Rifiuta, al contempo, anche la pretesa di fondare la matematica e la geometria sulla semplice esperienza. Le definizioni matematiche e geometriche sono piuttosto delle convenzioni, e tali convenzioni danno alle proprie scienze il carattere di rigore e coerenza. Tali convinzioni sono il risultato della libera attività del nostro spirito, che può affermare questi decreti, che si impongono alla nostra scienza, la quale senza di essi sarebbe impossibile; ma che non si impongono in nessuna maniera alla natura. Bisogna, afferma Poincarè, tenere presente il fatto che la scoperta delle geometrie non-euclidee ha messo inequivocabilmente in luce il fatto che la geometria è una libera costruzione della nostra mente. Ed infatti, sono state possibili la costruzione di geometrie diverse, a seconda di quale assioma venisse accettato, che mediante certe regole possono essere ricondotte alla euclidea. Gli assiomi della geometria, pertanto, non sono fatti sperimentali e non sono giudizi sintetici a priori, bensì convenzioni che vengono via via adottate a seconda della loro comodità. È da dire che Poincarè polemizza contro coloro che danno un'interpretazione nominalistica o pragmatica del carattere convenzionale dei concetti scientifici. In particolare critica Le Roy (1870 – 1954), seguace di Bergson e vicino alle correnti pragmatiche.
Poincarè rimprovera Le Roy nel saggio Il valore della volontà. Qui afferma che è errato interpretare i fatti scientifici e le leggi scientifiche come esclusivamente frutto dell'opera dello scienziato. Ciò, infatti, porta ad affermare che la scienza non può dirci nulla circa la verità, ma ci può servire solo come regola per l'azione. Questo sarebbe il nominalismo di Le Roy che, a parere di Poincarè, prende caratteristiche anti – intellettualistiche, poiché questo atteggiamento corrisponde alla convinzione che l'intelligenza e il discorso siano destinati inevitabilmente a deformare ciò che studiano, ciò di cui si interessano, in quanto lo irrigidiscono in schemi e concetti. Poincarè chiarisce il fatto che dire che la scienza opera mediante certe costruzioni non significa considerarla come arbitraria o come un gioco, ciò perché in un gioco è sempre possibile adottare regole diverse, mentre nella scienza ciò è impossibile. Ed infatti, per ottenere l'idrogeno devo fare agire un acido sullo zinco, formula questa che riesce; mentre se dico che per ottenere l'idrogeno devo fare agire l'acqua sull'oro, formula ugualmente una regola, che però non giunge all'effetto desiderato. Il punto essenziale è quello di tenere sempre presente che una regola non riesce mai per caso e lo scienziato non crea il fatto o il fenomeno, ma solo il linguaggio con cui descrive il fatto e le sue relazioni con altri fatti. Il fatto scientifico, pertanto, non è altro che il fatto della natura tradotto in un linguaggio comodo (e solo in tal senso il linguaggio è convenzionale). Ma le leggi della natura enunciano comunque delle relazioni che hanno una innegabile oggettività. Oggettività che non preclude il miglioramento e il perfezionamento delle leggi scientifiche.
Werner Heisenberg (1901 – 1976), matematico e filosofo, scrisse i Principi fisici della teoria dei quanti, del 1930; i Mutamenti nelle basi della scienza, del 1935; La fisica nucleare, del 1943; la Natura e fisica moderna, del 1955 e la Fisica e filosofia del 1959. L'opera di Heinsenberg ha una notevole importanza in ambito scientifico e filosofico. Ciò perché la sua scoperta del principio di indeterminazione (1927) ha messo in crisi i fondamenti e la possibilità stessa della conoscenza della natura e dell'uso della sua categoria fondamentale, ossia la causalità. Il principio di indeterminazione è strettamente connesso con gli studi quantistici e riguarda un aspetto ben preciso della fisica, e cioè la difficoltà di stabilire la posizione di un elettrone e insieme la sua velocità determinata. Infatti, secondo i suoi studi risulta che tanto più esattamente si cerca di misurare la posizione di un elettrone nello spazio, tanto meno preciso risulta il calcolo della misurazione. Infatti, per misurare la posizione di un elettrone bisogna proiettare su di esso un fascio di luce, che ne cambia velocità e posizione. Ora, se si cerca di misurarlo con maggiore esattezza, il fascio di luce sarà maggiore, e conseguentemente anche l'urto, mentre diviene progressivamente meno precisa la misurazione. Heisenberg, pertanto, non avanza un problema tecnico, bensì un problema insito alla scienza stessa, o, meglio ancora, ad ogni processo di misurazione, in quanto l'osservatore porterà sempre una perturbazione sul sistema osservato, cambiandone i risultati. Detto ciò, appare chiaro che non posso avere con esattezza la posizione di un elettrone nello spazio, ma solo delle statistiche che mi danno delle probabilità. Altro aspetto messo in evidenzia da Heinsenberg è quello della singolare duplicità, per cui non si ha omogeneità tra osservatore ed osservato; infatti l'osservatore studia i fatti secondo la concezione classica della fisica di spazio e tempo; mentre gli eventi a cui noi facciamo riferimento sono espressi mediante la fisica quantistica, e cioè in base ad una concezione ondulatoria della materia. Diviene, a questo punto, confutabile la concezione dell'esistenza di un sistema di leggi naturali deterministiche. Ciò perché è messo in discussione il concetto stesso di causa – effetto. Questo concetto conserva la sua validità solo dove è possibile conoscere in tutti i suoi aspetti un fenomeno. Ciò però avviene se riusciamo ad isolare completamente un sistema. Cosa questa alquanto difficile.  

lunedì 30 luglio 2012

Le geometrie non-euclidee


Un impulso di notevole importanza alla discussione epistemologica si è avuta con la scoperta delle geometrie non-euclidee, compiuta da vari studiosi (Gauss, Lobacevskij, Bolyai, Riemann), l'uno indipendentemente dall'altro e partiti, nella prima metà dell'ottocento, da posizioni diverse, ma entrati in circolo solo alla fine del secolo. La scoperta delle geometrie non-euclidee assume un'importanza rilevante perché cambia il modo di studiare la realtà e di interpretare l'oggettività della scienza. Le geometrie non-euclidee prendono avvio da una considerazione molto semplice: se i postulati della geometria euclidea coincidessero davvero e del tutto con la natura delle cose o solo con la natura della ragione, allora negarne uno, e in questo caso il quinto (affermante che per un punto esterno ad una retta si può condurre una ed una sola parallela alla retta data), dovrebbe portare inevitabilmente e necessariamente a delle conclusioni e conseguenze contraddittorie. Ora, se si prova a negare il quinto postulato della geometria euclidea, come fece il matematico italiano Saccheri con altri scopi, ossia con il fine di dimostrarlo per assurdo, non derivano affatto delle conseguenze incoerenti e contraddittorie con i rimanenti postulati. Ciò perché la negazione del suddetto postulato fa derivare un nuovo tipo di geometria, dalla quale, però, mediante certe regole, è possibile tornare alla geometria euclidea. In maniera più precisa, dalla negazione del quinto postulato nascono innumerevoli geometrie, derivanti dalla presupposizione o meno che da una punto possa passare più di una parallela o nessuna rispetto alla retta data. Questa scoperta, del tutto razionale e coerente dal punto di vista teorico, rompeva il parametro secolare e ritenuto ineccepibile che aveva fatto studiare all'uomo l'esperienza sotto la considerazione di uno spazio a tre dimensioni (larghezza, lunghezza e profondità, o, se si preferisce, superfici, linee e volumi). Ora, invece, diveniva perfettamente logico e legittimo parlare e ammettere uno spazio a dimensioni diverse. Esemplari sono le parole di Helmholtz nel suo saggio dal titolo Sull'origine e il significato degli assiomi geometrici (1870). Nella presentazione di esso egli scrive: “immaginiamo degli esseri dotati di una intelligenza simile alla nostra, ma che vivono in uno spazio a due dimensioni, e cioè avente lunghezza e larghezza, e mancante di altezza; ammessa che tale superficie sia piana, è possibile costruire una geometria identica a quella euclidea per tutto quello riguardante linee e superifici, ma l'idea di una terza dimensione e di un movimento in essa sarebbe per loro un'idea inconcepibile così come per un cieco non è possibile concepire i colori: allo stesso modo in noi che non riusciamo a rappresentarci uno spazio che abbia più di tre dimensioni. Immaginiamo però che questi esseri, intelligenti come noi e a due dimensioni, non stiano su una superficie piana, bensì sferica. Ecc, in questo caso è possibile costruire una geometria non-euclidea ove la linea più breve tra due punti sarebbe il massimo arco del cerchio passante per i due punti considerati”. Questi sviluppi teorici troveranno in seguito applicazione con l'avvento della teoria della relatività.
Importante per lo sviluppo della geometria non-euclidea è l'opera di Carl Friedrich Gauss (1777-1855), matematico e fisico tedesco, autore del saggio Disquisitiones arithmeticae, del 1801. Nel corso dei suoi studi elaborò importanti concetti, quale quello della curvatura delle superfici. Concetto che ebbe grande importanza nello sviluppo delle geometrie non-euclidee. Egli stesso considerò la possibilità di fondare geometrie diverse da quella di Euclide. Questa sua considerazione, però, rimase inedita.
Deve essere ricordato anche il matematico russo e professore Nicolaj Ivanovic Lobacevskij (1793-1856), che enunciò i principi di una nuova geometria nei saggi Geometria immaginaria, del 1837, Ricerche geometriche sulla teoria delle parallele, Pangeometria e Nuovi principi della geometria.
Importante anche Janos Bolyai (1802 – 1860), matematico ungherese, che in una lettera al padre, anch'egli matematico e seguace di Gauss, aveva enunciato le linee essenziali delle geometrie non-euclidee contrastanti il quinto postulato di Euclide. Queste supposizioni vennero pubblicate in un'appendice dell'opera del padre nel 1832 – 1833, e in essa Bolyai afferma che la scoperta delle geometrie non-euclidee porta alla concezione della “geometria assoluta”, di cui quella euclidea sarebbe solo un caso particolare.
Decisiva è anche la figura di Bernhard Riemann (1826 – 1866), matematico tedesco e professore a Gottinga, autore del saggio sulle geometrie non-euclidee dal titolo Sulle ipotesi che stanno alla base della geometria, in cui afferma che “sembra che i concetti empirici su cui si sono basate le misurazioni spaziali, in particolare i concetti di corpo solido e raggio luminoso, cessino di valere nell'infinitivamente piccolo, di conseguenza si può benissimo concepire che nell'infinitivamente piccolo le relazioni metriche dello spazio non siano in accordo con i postulati della geometria[...]”.
Giovanni Girolamo Saccheri (1667 – 1733), matematico italiano, nell'opera Euclides ab omni naevo vindicatus, del 1733, giunge, invece, senza volerlo, a conseguenze che anticipano le geometrie non-euclidee, cercando di dimostrare la validità del quinto postulato di Euclide per assurdo.
Le teorie non-euclidee aprirono la strada a nuovi orientamenti epistemologici. Da essi deriva la teoria della relatività di Albert Einstein (1879 – 1955), matematico e fisico tedesco, autore del saggio l'Elettrodinamica dei corpi in movimento, del 1905, della Relatività. Esposizione divulgativa, pensieri degli anni difficili e dei Fondamenti della teoria generale della relatività, del 1916. La teoria della relatività nasce dalla necessità di dare spiegazioni all'interno degli esperimenti di ottica e di elettrodinamica. In tale teoria spazio e tempo non sono più interdipendenti, come affermava la fisica classica, anche se questa rimane valida perché in quel contesto tale principio non pone problemi rilevanti.
Altro capisaldo della fisica classica e della concezione dell'universo che entra in crisi è il principio della continuità. Ciò ad opera di Max Plank (1858 – 1947), il quale per dare spiegazione di alcuni fenomeni delle radiazioni elettromagnetiche, formula il concetto di quanto elementare di azione. Tale concetto nasce dalla constatazione e dalla scoperta che l'energia non può esser assorbita o emessa dalla materia sotto forma di radiazioni per quantità piccole a piacere, e quindi in maniera continua, ma sempre per quantità determinate, multiple di una costante (detta di Plank) e, quindi, in maniera discontinuo. A tal proposito Plank afferma che la natura procede a salti e con “salti assai singolari”. Questa scoperta fa abbandonare la fisica meccanica corpuscolare, che ha come metodo epistemologico di base la concezione dei corpuscoli o punti immateriali aventi un movimento stabilito ed invariabile, per adottare la fisica ondulatoria, dove i processi vengono spiegati come singole onde materiali corrispondenti alle vibrazioni del sistema. Ad Heisenberg si deve, invece, il fondamentale principio di indeterminazione. Tale principio sconvolge non solo la concezione tradizionale dell'universo, ma anche e soprattutto il rapporto tra osservatore ed osservato, ossia lo schema fondamentale di ogni ricerca scientifica sperimentale. Le leggi naturali, infatti, non esprimono relazioni fisse della natura, ma possono dare soltanto una formulazione statistica dei fenomeni osservati e del loro esito probabile; e questo non per un difetto degli strumenti di osservazione (che si potrebbe sempre sperare di eliminare con il progredire della tecnica), ma per la struttura stessa del materiale osservato e per le inevitabili e imprevedibili modificazioni e perturbazioni necessariamente apportate a tale struttura dal progresso di osservazione (si pensi soltanto all'energia necessaria a illuminare l'oggetto da osservare, che inevitabilmente si trasmette in esso, almemo in parte); tali modificazioni e perturbazioni, si è detto, sono imprevedibili perché per controllarle ed accertarle si dovrebbe, con un secondo metodo di osservazione B, osservare, e quindi modificare e perturbare il processo di osservazione A, e così all'infinito. Un nuovo apporto alla scienza viene dato dal principio di complementarietà (1927), formulato dal fisico danese Niels Bohr (1885 – 1962). Le sue opere principali prendono il titolo di Teoria dell'atomo e descrizione della natura (1931), di Fisica atomica e conoscenza umana (1958), di Saggi su la fisica e la conoscenza umana (1958 – 1962). Secondo il principio di complementarietà lo studio corpuscolare di un sistema deve essere integrato allo studio ondulatorio del sistema stesso, anche se tra i due tipi di misure non vi può essere alcun tipo di passaggio. La scuola di Bohr ha, in tal modo, eccentuato il carattere probabilistico e indeterministico della scienza moderna, contro le interpretazioni realistiche di Planck. Di notevole importanza anche gli sviluppi della teoria evoluzionistica, che, oltre a tante entusiaste adesioni, ebbe anche delle forte polemiche e critiche sia in capo scientifico che religioso e morale. Per quanto riguarda gli aspetti propriamente scientifici, si trattava di capire come si ereditassero i caratteri acquisiti. De Vries (1848 – 1935), autore di una Teoria delle mutazioni e di una Specie e varietà. La loro origine della mutazione, afferma che le mutazioni avvenivano grazie a piccole mutazioni discrete, e cioè per salti, o, ancora meglio, per discontinuità. Ciò significa che tra la forma dell'organismo precedente e il successivo non si ha un carattere intermedio. L'unione di evoluzionismo e genetica portò invece contributi chiarificatori con l'opera dell'abate austriaco Gregor Mendel (1822 – 1884). Importante è un suo saggio del 1866 in cui opera degli esperimenti di ibridazioni di piselli, ossia vengono incrociate piante con caratteristiche tra loro diverse. Questi studi chiarirono il fatto che i caratteri non si ereditano in maniera diretta, ma attraverso i geni, ossia attraverso fattori interni che in seguito ricompariranno nella progenie, ovvero le caratteristiche dominanti; altre, invece, dette caratteristiche recessive, scompariranno per ricomparire nelle generazioni successive. 

sabato 28 luglio 2012

Le nuove prospettive epistemologiche e i nuovi orientamenti scientifici.


La seconda metà dell'ottocento assume un'importanza rilevante per la complessità dei temi trattati e per la rivolta contro il positivismo. La vita umana, individuale e sociale, appariva condizionata da fattori (naturali e storici) non controllabili dalla ragione e dalla scienza. Inoltre, lo scientismo perdeva la sicurezza che aveva assunto durante il periodo positivista per gli sviluppi stessi della ricerca e per il progresso scientifico. Ciò ebbe la conseguenza di far ritornare in luce tutte quelle tematiche etiche, religiose e morali che il positivismo aveva creduto di abbattere per sempre o, comunque, di poter controllare sotto una direttiva materiale e concreta. Viene messo in discussione il valore stesso della scienza, delle sue ipotesi e delle sue leggi; e ciò al fine di rifondarle. Entra in crisi l'idea di una natura meccanica e, quindi, l'idea scientista della realtà. La scienza perde certezza e al suo posto inizia ad affermarsi un nuovo orientamento epistemologico che afferma la validità dei casi statisticamente verificati. Le leggi, inoltre, vengono interpretate come convenzioni che devono necessariamente essere verificate mediante l'esperienza.
L'ultimo decennio dell'ottocento vede l'uomo mettere in discussione i parametri con cui nel corso dei secoli si era interrogato. Ed infatti, si avanzano una serie di concezioni innovative, quali le geometrie non – euclidee, la teoria della relatività e dei quanti, sino a giungere all'affermazione del determinismo, che non mise in crisi questa o quella scienza, ma i fondamenti stessi di essa ad iniziare dal principio di causalità.
L'empiriocriticismo è una corrente di pensiero fondata da due pensatori che giungono a conclusioni simili da ricerche del tutto indipendenti. Il primo prende il nome di Richard Avenarius (1843 – 1896), autore del saggio dal titolo Critica all'esperienza pura; il secondo prende il nome di Ernst Mach (1838 – 1916) autore de L'analisi delle sensazione e il rapporto tra fisico e psichico e di Conoscenza ed errore.
L'empiriocriticismo fa appello al ricorso dell'esperienza pura, e polemizza contro qualsiasi uso di motivi metafisici all'interno della filosofia e della scienza. Facendo ciò si venivano a confutare ed invalidare concezioni e presupposti che ormai apparivano indistruttibili, come quello di una distinzione tra un mondo interno ed uno sterno, frutto di un'operazione artificiale, e non conseguente ad una validazione data dall'esperienza pura. In altre parole, l'empiriocriticismo polemizza contro le istanze soggettivistiche, ossia contro coloro che in maniera del tutto arbitraria hanno dato vita ad un processo di interiorizzazione per cui si attribuisce all'interno del pensiero un qualcosa che trova fondamento e sede solo ed unicamente nell'esperienza. Ed infatti, l'empiriocriticismo afferma che la scissione dell'esperienza in cose, immagini o concetti, e la collocazione di essi nel cervello o nella mente come un qualcosa di interno, è del tutto arbitraria e non ha fatto altro che far sorgere una serie di problemi filosofici mal posti e mai risolti come la dualità di anima e corpo. Il compito fondamentale della filosofia è, pertanto, quello di chiarire e far comprendere il concetto di esperienza pura. Concetto che ci riporterà al concetto naturale del mondo, anteriore ad ogni falsa distinzione tra psichico e fisico, e perciò veramente libero da qualsiasi presupposto metafisico. L'empiriocriticismo afferma anche il principio di economia nel metodo scientifico, ossia quello di cercare di ottenere il massimo dei risultati con il minimo dispendio di energia o sforzo.
È da dire che i procedimenti scientifici isolano certi aspetti della realtà. Aspetti che vengono concentrati in un sistema di esperienze del passato in vista della loro utilizzazione nel futuro. Per capire ciò basta pensare all'enorme risparmio che si ha nel non dovere ripetere tutte le esperienze del passato e, insieme, il potere utilizzare le loro conquiste per affrontare i nostri problemi. I concetti scientifici, pertanto, hanno valore solo in senso utilitario e di risparmio di sforzi, ma non rispecchiano per nulla fatti o leggi in sé. Per meglio chiarire quello che abbiamo detto, basta pensare al fatto che anche nella vita quotidiana un'indicazione, un simbolo o un segno possono risparmiarci azioni inutili e dispendiose e metterci in guardia da azioni nocive o inefficaci. Con il radicale empirismo di Mach entra in crisi il concetto stesso di causalità, che viene sostituito da quello di funzione in senso matematico. Ovviamente, una volta che la scienza viene intesa come studio di funzioni o di gruppi di funzioni, diviene logico che scienze apparentemente distantissime tra di loro, come la fisica e la psicologia, vengano, invece, ritenute del tutto analoghe, in quanto si riferiscono solo a gruppi di funzioni diverse. Infine, l'empiriocriticismo, volendo togliere qualsiasi residuo metafisico rimasto nella scienza e nella filosofia, critica anche il concetto di atomo, che tanta approvazione aveva avuto durante il positivismo. L'atomo, infatti, non ha un fondamento assoluto o un fondamento obiettivo privilegiato, ma risponde anch'esso al criterio di funzionalità, efficacia ed economicità; pertanto, il concetto di atomo può esser subordinato a qualcosa di maggior economicità, funzionalità ed efficacia.